Il dramma dell’ABC: bolliti a Montecitorio

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Da sinistra: Pier Luigi Bersani, Mario Monti, Angelino Alfano, Pierferdinando Casini

Roma – I partiti sono morti. Da un bel pezzo. Sarà per questo che parlano di dramma.

Quattro mesi fa il trio dell’ABC – Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pierferdinando Casini, rispettivamente leader dei principali partiti, Pdl, Pd, UDC – accettò di appoggiare un Governo tecnico incostituzionale per trovare un’intesa su tutte le riforme che era incapace di fare, causa veti incrociati e sgambetti vicendevoli. Il vecchio conflitto pro e anti Cav. Roba nota. Risultato: Carta sospesa ed elezioni rinviate, al più tardi, nel 2013.

Oggi, qualsiasi cosa si pensi del premier Mario Monti e del suo operato, resta un fatto innegabile: quell’intesa così frettolosamente sottoscritta per dimostrare di essere responsabili davanti all’elettorato stanco fu il primo piede che la partitocrazia agonizzante metteva nella tomba. Ieri si sono dati il colpo di grazia.

Dopo le variegate inchieste a base di riborsi, tangenti, ruberie, acquisti personali e regalie a parenti, soci, ed amici che sbocciano come fiori a primavera in ogni androne di partito, il trio dell’alfabeto ha espresso il seguente concetto con una nota congiunta: ‹‹Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici destinati ai partiti – già drasticamente tagliati dalle manovre del 2010 e del 2011 – sarebbe un errore drammatico che punirebbe tutti nello stesso modo e metterebbe la politica completamente nelle mani delle lobby, centri di potere ed interessi particolari››.

Siccome, però, i drammi non son belli se non hanno almeno tre atti, oggi si è aggiunto un appello del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, a ricordare agli italiani – durante la commemorazione a Begnino Zaccagnini, parlamentare DC – che: ‹‹Guai a fare di tutte le erbe un fascio, a demonizzare i partiti, a rifiutare la politica››. L’ultimo atto, scena quinta, l’ha offerto Bersani che sempre oggi ha rivendicato il principio etico secondo cui: ‹‹può anche essere un solo euro, ma il finanziamento ci deve essere. Perché non esiste democrazia che non riconosca che la politica é un processo collettivo. Questo è un principio sul quale non transigo››. Da qui qualche considerazione.

Uno. Se i partiti prendessero un euro a testa, nessuno avrebbe nulla da obbiettare. Siccome ne prendono circa 180 milioni l’anno, è naturale che la cosa risulti indigesta. Tanto più in tempi di pressione fiscale record e soprattutto se si considera il fatto che alla Camera gira un testo di legge (n. 3809) firmato da Ugo Sposetti, Pd, e controfirmato bipartisan che vorrebbe foraggiare di denari anche le fondazioni di partito oltre che questi ultimi. Il tutto per una spesa complessiva di 345 milioni di euro l’anno. Roba da far fischiare pure una platea di santi, figuriamoci gli elettori.

Due. Che Napolitano raccomandi la saggezza non è rassicurante. E’ la dimostrazione che finanche il Capo dello Stato ha perso ogni fiducia – non nella politica – ma nei politici. “Abbandonate ogni speranza o voi ch’entrate”, scriveva Dante che qualcosa di drammi e commedie ne capiva. Per di più senza aver mai conosciuto Rosy Bindi.

Tre. Bersani ha definito Beppe Grillo, leader del Monvimento 5 stelle, ‹‹un’apprendista stregone›› per la sua abilità nel cavalcare l’antipolitica e guadagnar voti. Può essere. Ma detto dal leader di un partito che ha campato sull’onda antiberlusconiana per 20 anni, è quasi un complimento. Stia accorto il buon Gigi perché il furbo Beppe non solo acquista voti (al 7% nei sondaggi sottratto al suo Pd, al Sel di Nichi Vendola e all’IDV di Antonio Di Pietro che solo 3 mesi fa avrebbero potuto stravincere) ma fa un’altra cosa quasi straordinaria: rinuncia ai rimborsi. Solo questo vale le luci della ribalta. Gesto che, peraltro, consente al Movimento di non disturbarsi neppure a proporre qualsivoglia programma politico chiaro. Sono già altro spettacolo e qualsiasi esso sia, almeno è vivo.

Quattro. Visto i punti di cui sopra, torniamo a monte: i partiti sono bolliti. Non tanto dalle toghe, dalle inchieste, dagli scandali ma dalla loro inutilità che per di più non è

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Beppe Grillo al raduno del “Cozza day”

gratuita ma costa cara. Quando firmarono la cambiale in bianco pro-Monti forse non se ne erano accorti, perché convinti che l’Esecutivo avrebbe osato laddove loro non avevano il coraggio di navigare, portandoli con sè. Ora che è chiaro che il premier di mestiere fa il ragioniere e non il capitano coraggioso, rimane un’unica cosa da provare: stringersi intorno a Monti e reggersi finché dura. Magari con un bel rimpasto di Governo che consenta ai partiti di riprendere in mano le redini della politica attiva o cercare di farlo e a Monti di non essere buttato fuori da Montecitorio prima del tempo, con grave discredito suo ed imbarazzo del Capo dello Stato. Un’opera di machillage da prima donna, con il beneplacito del deus ex machina, Napolitano. Forse l’ABC e Monti stasera a cena parleranno anche di questo oltre che di Pil e crescita economica. Chissà. Adesso resta da capire solo se 4 pessimi attori riusciranno mai a fare un buon dramma. Intanto una cosa è certa: alla fine il sipario cala.

 Chantal Cresta

Foto || ilmattino.it; vanityfair.it, ansa.it

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