Il dopo Monti. La delegittimazione dei partiti e l’imbarazzo della scelta

Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pier Ferdinando Casini

Roma – Prima o poi quel giorno arriverà. Sia nel caso che Mario Monti decida di abbandonare in anticipo, chiedendo a Giorgio Napolitano lo scioglimento delle Camere a settembre, sia nel caso decida di terminare il suo mandato in primavera, alla fine il popolo italiano dovrà affrontare quella scelta che metterà sul piatto della bilancia le sorti del nostro Paese. Quale partito votare e, soprattutto, chi?

Una decisione che bisogna temere quanto la spending review, l’Imu, lo spread e la crisi economica, tanto per citare alcune definizioni tanto in voga in questi quasi nove mesi.

In questo caso si deve aggiungere la frustrazione, quel sentimento che probabilmente accompagna da tempo il cittadino anche minimamente interessato alle vicende riguardanti la politica.

La caduta del IV governo di Silvio Berlusconi, oltre ad aver rappresentato la fine di un ciclo, ha reso evidente i limiti dei partiti sia di centrodestra che di centrosinistra. I primi hanno compiuto delle scelte che a lungo andare hanno fatto entrare l’Italia nel vortice della crisi economica. I secondi, nei pochissimi casi in cui sono saliti al potere e nella restante maggioranza a fare da opposizione, non sono mai stati in grado di proporre programmi alternativi validi, limitandosi ad una semplice contestazione (e in rari casi ad un ostruzionismo scarsamente costruttivo).

Non bisogna poi dimenticare i centristi che, tanto per essere coerenti con la loro funzione di fare da ago della bilancia, hanno sempre agito secondo mere logiche opportunistiche, piuttosto che per ragioni ideologiche.

Con la parentesi temporanea del governo tecnico, in molti speravano che i partiti si muovessero facendo ammenda degli errori del passato. Avevano promesso quel sostegno a Monti e al suo entourage tanto auspicato da Napolitano.

Se, invece si va ad analizzare, la situazione attuale, le prospettive future non sono per nulla positive.

La crisi continua ad imperare, per quanto Monti stia cercando di fare qualcosa sia tra i limiti istituzionali sia personali. Nel frattempo, i partiti già sono entrati in modalità “pre-campagna elettorale”, dimenticando completamente che sarebbe più proficuo continuare ad appoggiare il governo tecnico fino alla fine del suo mandato, piuttosto che rischiare di ritrovarsi a guidare un Paese completamente sprofondato nella sabbie mobili della crisi economica.

Si è in presenza di un Pdl ancora alla ricerca di se stesso: tanti malumori all’interno del partito, soprattutto dopo le dichiarazioni di Berlusconi di un suo eventuale ritorno in politica. Quest’ultimo cerca di recuperare consensi e credibilità in tutte le maniere: da quelle a lui più consone (come la promessa di togliere l’Imu) a quelle più politiche (come cercare di convincere la Lega Nord di appoggiare Monti insieme al Pdl per lanciare un messaggio di responsabilità agli italiani). Poi c’è il nuovo segretario di partito, Angelino Alfano, che conferma sempre di più la sua parte di marionetta nello scacchiere del Pdl. Fino adesso, si è limitato soprattutto a dare battaglia per questa riforma elettorale tanto agognata, minacciando di presentare un progetto senza il consenso di Pd ed Udc.

La Lega 2.0, fresca della propria rinascita e del suo nuovo segretario, Roberto Maroni, è alla ricerca di nuove fondamenta per il suo populismo, in alternativa a quello del Movimento 5 Stelle.

Nel frattempo rinsaldare l’alleanza con Berlusconi è la cosa più efficace nel breve periodo, per non rischiare di cadere definitivamente nell’anonimato.

Sul fronte centrosinistra le cose non sono diverse. Pierluigi Bersani ha la consapevolezza che in questo momento il Pd è il primo partito italiano, quindi cerca di mantenere questa effimera certezza ipotizzando un eventuale Porcellum anche per le prossime elezioni. Se dovesse riuscire a creare quella coalizione, da lui tanto auspicata, non c’è scampo per nessuno. Intanto c’è qualche sostenitore del Pd che ancora si domanda di quelle famose primarie. Quando si faranno? Chi parteciperà? Il tutto sembra assumere più le vesti di leggenda metropolitana, che di realtà eventuale.

E cosa dire di Idv e Sel? Sembrano voler recitare la parte degli incompresi. Antoni Di Pietro e Nichi Vendola non guardano di buon occhio nessuno: governo, alleati e centrodestra. La loro alternativa, per ora, consiste nel criticare e minacciare Bersani di presentarsi separatamente alle elezioni, mandando all’aria la grande coalizione. Le grandi intimidazioni danno sempre i loro frutti in fin dei conti.

Roberto Maroni e Silvio Berlusconi

Nel mezzo si trova Pier Ferdinando Casini e il suo Udc. Il suo atteggiamento poliedrico ormai ha il copyright. Sostiene a spada tratta il governo tecnico e auspica un Monti-bis, nell’eventualità di trovare spazio e ricevere qualche carica istituzionale degna di nota. Nel frattempo si guarda intorno: Pd o Pdl. Fare una scelta ora sarebbe affrettato, meglio temporeggiare e valutare chi asseconda maggiormente le sue richieste.

E cosa dire di Gianfranco Fini e del suo Fli? L’ex segretario di An è alla ricerca di un posto dove accasarsi, anche se dovesse trattarsi del centrosinistra (visto che ormai si reputa un centrista), dimenticandosi dei suoi elettori per non essere lui stesso dimenticato.

Per finire c’è il Movimento 5 Stelle, ancora fuori dal Parlamento, ma uscito rafforzato dalle amministrative, presentandosi come alternativa al bipolarismo. Un movimento populista con un programma in parte condivisibile, dall’altra poco fattibile, sempre pronto a veder complotti anche nel vicino di casa. Con il suo rappresentante più illustre (visto che odia farsi chiamare leader perché risulterebbe troppo da partito) Beppe Grillo, pronto a sparare a zero su tutti e su tutto, procurando in molti un vago ricordo di un Bossi dai capelli non ancora completamente brizzolati, che si presentava all’opinione pubblica come il personaggio anti-sistema. Tutti sanno come sono andate a finire le cose.

Questo è quello che ci offre momentaneamente il supermercato della politica nostrana. E trovare una risposta alla domanda iniziale è tutt’altro che facile. Probabilmente il problema di “chi votare” verrà risolto se si mantenesse il Porcellum. Resta il problema di “quale partito votare”. Votare il male minore? Votare per ideologia? Astenersi? Troppe domande, nessuna risposta.

Giorgio Vischetti

foto|| tmnews.it; dirittodicritica.com; lettera43.it

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