Il dodicesimo uomo: bandiera o banderuola? Fa lo stesso…

Da una parte venti anni con la stessa maglia, dall’altra le casacche di Juventus, Inter e Milan appese nell’armadio. Totti e Ibrahimovic sembrano essere ciò che di più lontano esista nel mondo calcistico. Eppure le similitudini sono molte più di quelle che ci si possa immaginare

di Francesco Guarino

La maglia giallorossa tatuata sulla pelle, la casa a Trastevere, la romanità debordante. Er pupone. Ajax, Juventus, Inter, Barcellona, Milan. Lo zingaro. C’è qualcosa di indiscutibilmente spregiativo che distingue, sin dai soprannomi, la spontaneità capitolina di Francesco Totti dalle romantiche forzature dialettiche di Zlatan Ibrahimovic. Totti si può amare o odiare, discutere come uomo e come giocatore, ma, di fronte ai diciotto anni di militanza giallorossa, anche i più ferrei detrattori si tolgono il cappello. Ibra è la bellezza calcistica voluttuosa, quella che ti seduce con un’occhiata, ti rivolta come un calzino tra le lenzuola e sparisce al mattino, lasciandoti come ricordo solo un bacio col rossetto sullo specchio della camera.

Francesco Totti (sport24h.com)

TUTTI PER TOTTI – Francesco Totti è la Roma: bella e impossibile, geniale e incostante. Assurto al rango di ottavo imperatore dopo lo scudetto del 2001, non lo ringrazieremo mai abbastanza per averci regalato lo spettacolo extra-calcistico più esaltante della storia del campionato italiano, il nude-look della Ferilli al Circo Massimo. Francesco ha stregato Carletto Mazzone a soli 16 anni e con esso tutti i romani, a suon di colpi di tacco e lampi di genio, cannonate dalla distanza e ricami sottoporta. Una storia d’amore ininterrotta, vissuta all’ombra del Colosseo e della Curva Sud, che ha raggiunto il suo climax con la storica “presa” del Santiago Bernabeu, espugnato con una partita monstre del capitano. Se negli ultimi tre anni il campionato italiano ha avuto un barlume di interesse fino all’ultima giornata, è stato grazie alle invenzioni di Totti, che ha tenuto agganciati i giallorossi all’Inter, pur con un collettivo quantitativamente e qualitativamente inferiore. Eppure…

IBRACADABRA – Zlatan Ibrahimovic è semplicemente Ibra. Anzi, come leggenda di spogliatoio narra, «Io sono Ibra, voi chi cazzo siete?». Una mutazione genetico-calcistica, un metro e novantadue per quasi novanta chili di presenza e potenza, ma soprattutto  - ed è qui la straordinaria anomalia – di velocità e coordinazione. Buffon ricorda ancora il colpo di taekwondo che sbarrò la strada all’Italia agli Europei 2004, i Boys nerazzurri si stropicciano gli occhi tutt’oggi al pensiero di un pazzesco tacco vincente contro il Bologna, in torsione dalla linea di fondo. Zlatan non ha mai fatto promesse da marinaio: ha giurato passione, mai amore. All’Ajax, che lo ha scoperto e lanciato nell’Olimpo del calcio mondiale; alla Juventus, che lo ha consacrato; all’Inter, che lo ha reso leggenda; al Barça che lo ha imbottito di milioni; infine al Milan che lo ha riportato “a casa”. Ibra ha disseminato sportellate e magie con tutte e cinque le maglie vestite in carriera, facendosi adorare dai propri tifosi e parimenti odiare dagli avversari. Eppure…

LA SOLITUDINE DEI NUMERI UNO – Eppure Francesco e Zlatan non hanno mai davvero vinto, nella piena accezione del termine. I grandi trionfi? Certo, ma mai da mattatori. Lo scudetto della Roma, ad esempio. Figlio di un’annata straordinaria, complice soprattutto la presenza al centro dell’attacco della Lupa di un Vincenzo Montella in stato di grazia, ma soprattutto del neo-arrivo Gabriel Omar Batistuta.

Zlatan Ibrahimovic (calcioline.com)

I tricolori di Zlatan? Sui due in bianconero grava l’ombra di Calciopoli, mentre quelli in nerazzurro sono stati stravinti per mancanza di avversari all’altezza, con i possibili contendenti prima decimati dalle penalizzazioni, poi sminuiti dalle campagne acquisti finalmente azzeccate da Massimino Bancomat Moratti (Cambiasso a parametro zero, non so se mi spiego).  Più che dei successi, sarebbe giusto focalizzare l’attenzione sui fiaschi. È fin troppo eclatante quello in Europa di Ibrahimovic: va al Barcellona per vincere la Champions, la coppa la vince l’Inter appena abbandonata. Più sottile ma non di minore importanza quello di Totti: il Mondiale 2006. Non ci stiamo sbagliando, sappiamo benissimo che Totti quel Mondiale l’ha vinto. Ma dov’era Francesco quando Grosso ha calciato il rigore decisivo? In panchina, già dalla metà del secondo tempo, con voti in pagella mai al di sopra del 5. Due grandissimi giocatori, due fenomeni incompiuti. Le similitudini stanno qui, nella scarsa tenuta psicologica di Totti e Ibrahimovic.

Ibra e Totti: destini paralleli (calcioblog.it)

SOGNI DI GLORIA - Zlatan è bravissimo a predicare nel deserto, a caricarsi sulle spalle squadre in difficoltà oppure a fungere da terminale offensivo unico, senza dover fare i conti con il peso della concorrenza e delle aspettative. Quando la Juve gli ha offerto di rimettersi in gioco dalla serie B, lo svedese ha fatto finta di non sentirci da quell’orecchio. Non appena l’Inter gli ha chiesto più degli scudetti a cui ormai i tifosi erano assuefatti, Ibra è scappato. Ed a Barcellona è rimasto stritolato da Messi, Xavi, Iniesta, Pedro, che per vincere la Liga lo hanno relegato ai margini del campo, dopo l’eliminazione in Champions. Lo zingaro ha scelto il Milan quest’anno, una scelta ponderata: i rossoneri cominciano a soffrire di astinenza da successi e a via Turati un problem solver come Ibra serviva come il pane. Zlatan va dove lo portano i tacchetti, dove la curva può osannare il suo e solo il suo nome. Totti, invece, vive da sempre nel limbo fatato capitolino e lì è destinato a rimanere. Amato, coccolato, protetto, giustificato. A costo di vivere una vita impossibile, relegato tra le mura di casa per non morire dell’amore soffocante dei tifosi. Finché le gambe lo reggeranno in piedi, Francesco dovrà essere in campo e chiunque oserà metterlo in discussione, Ranieri docet, finirà sul banco degli imputati. Una sostituzione è un’onta, anche se il Pupone bighellona per il campo, o si lascia andare a sputazzi nervosi (vedi Poulsen), o calcioni di frustrazione (vedi Balotelli). Totti è la stella e il grande limite della Roma: a 34 anni non può più essere lui l’uomo della Provvidenza, con le caviglie martoriate e le ginocchia scricchiolanti. Ibra è il perfetto traditore, perennemente alla ricerca della consacrazione sul palcoscenico europeo, con la dovuta attenzione a concedersi al miglior offerente, senza però uscire dalla luce dei riflettori. Geni in calzoncini, soli con il loro ego, in costante dipendenza da boato della curva. E un sogno chiamato Champions, bel lungi dal realizzarsi. Diversi, eppure così simili.

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