Il diritto all’aborto in Europa

L’interruzione volontaria di gravidanza, o aborto che dir si voglia, è stato un argomento molto dibattuto negli ultimi decenni, terreno di scontro tra culture pro-life e difesa del diritto della donna di scegliere se proseguire o meno la gravidanza allorché si verifichino una serie di situazioni che via via sono entrate tra le eccezioni previste a norma di legge.

Nel caso dell’Europa, l’aborto è sostanzialmente tutelato sia a livello sovranazionale sia nei singoli Stati, salvo alcune eccezioni che andremo a vedere nello specifico.

La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, pur non facendo un riferimento esplicito all’aborto come strumento di garanzia e tutela della salute, disciplina quest’ultimo argomento in diversi punti. L’art. 2 comma 1 stabilisce infatti che «ogni persona ha diritto alla vita», così come l’art. 35 prevede «la garanzia della protezione della salute umana». Se si considera l’ipotesi dell’aborto come strumento per la tutela della salute materna – psichica o fisica che sia – e non si considera per contro il feto come persona in quanto tale, allora l’interruzione di gravidanza si configura non già come un abuso di diritto quanto piuttosto come una possibilità legale e normata.

Tra i membri dell’Ue, comunque, vi sono alcune eccezioni. La Polonia, ad esempio, dichiara l’aborto illegale salvo in caso di stupro, rischio per la vita della madre, problemi di salute fisica o mentale, e/o malformazione del feto. In Irlanda, Paese con una forte presenza cattolica, la gravidanza può essere interrotta solo in presenza di rischio per la vita della donna o in caso di problemi fisici e/o mentali, sistema questo comune a gran parte dei paesi dell’Africa, dell’Asia e del Medio Oriente. Fa eccezione Malta, dove l’aborto è del tutto illegale e da cui ogni anno partono centinaia di donne verso i due Stati più vicini, l’Italia – geograficamente – e il Regno Unito – culturalmente – per porre fine alle gravidanze.

In Italia, la legge 194 è stata di recente oggetto di una questione di costituzionalità presso la Corte costituzionale. Il giudice a quo, impegnato in un procedimento avverso una minorenne che aveva chiesto di abortire senza informare i genitori, riteneva infatti che la normativa violasse i diritti dell’uomo sanciti sia dalla Costituzione italiana sia dall’Unione Europea. Il procedimento è terminato con un nulla di fatto, e dunque la normativa del 1978, già oggetto di un referendum abrogativo del 1981 che fu respinto a larga maggioranza dagli elettori, rimane in vigore senza modificazione alcuna.

Al di là dei tecnicismi giuridici, l’aborto è oggetto di riflessioni spesso sfavorevoli poiché largamente utilizzato dalle donne. Secondo statistiche del 2008, infatti, nella sola Ue quasi il 20 percento delle gravidanze non sono state portate a termine, per un numero complessivo di aborti di poco superiore a 1,2 milioni, dati che salgono fino a 20 milioni se si prende come riferimento il periodo 1994-2008.

L’aborto è dunque da considerarsi, al netto di questi numeri, una minaccia alla possibilità di sviluppo demografico o un diritto che ha permesso alle donne di evitare di sottoporsi a pratiche fai da tè – intossicazioni da farmaci o da erbe aromatiche sono solo alcuni esempi – con risultati spesso dannosi, se non addirittura mortali?

Non è questo il luogo più adatto per discutere la questione etica dell’aborto, né si vuole influenzare il lettore con un giudizio di parte. Ciò che è giusto e doveroso dire, invece, è che le leggi vengono promulgate per normare aspetti della vita che spesso fuggono dal controllo razionale della società civile, e finché ci sono vanno rispettate, fermo restando il diritto – almeno nel caso specifico – all’obiezione di coscienza e all’opinione personale.

Stefano Maria Meconi

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