Il difficile viaggio della nave Italia

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Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti

Roma - Forse la calma prima della tempesta l’abbiamo superata da tempo; forse, dentro la tempesta, ci siamo già.
La nave della nostra Italia, che il ministro Tremonti non ha esitato a paragonare al più sfortunato transatlantico della storia, sta percorrendo una rotta incerta, dove il vento strattona e spinge di qua e di là, il buio della notte nasconde la direzione, il cielo è coperto e non v’è luce di stella che rischiari il cammino.

Sullo sfondo di una situazione internazionale che desta serie preoccupazioni (le difficoltà dell’America e la crisi europea), la nave Italia prova a seguire una rotta, a darsi un percorso di viaggio, ma ciò le è estremamente difficile, poiché al suo interno non c’è la pace della calma, ma il caos della bufera.

Il sistema italiano è, oggi, letteralmente imbrigliato in una fitta rete di conflittualità che coesistono allo stesso tempo e riguardano i più grandi settori della nostra società, immobilizzando la crescita e lo sviluppo di una qualsiasi idea di rinnovo e miglioramento.

È di pochi giorni fa la firma del “manifesto delle parti sociali”, comprendente Confindustria, le Banche e i Sindacati (ad esclusione della Uil), che chiedono “una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti”, a cominciare dal Governo. Con quella invocata “discontinuità”, l’intero mondo produttivo scomunica la classe politica intera, e quindi anche questa maggioranza, auspicandosi quell’inversione di rotta capace “di realizzare un progetto di crescita, prima che la situazione divenga insostenibile”, prima che gli speculatori, appollaiati sulla riva come corvi in attesa della carcassa, acchiappino la nave e la affondino definitivamente.

Il Governo, d’altra parte, non sembra ormai essere più in grado di dar seguito a quel cambiamento timidamente annunciato all’indomani della batosta delle ultime votazioni.
Anzi, al logoramento della leadership di Berlusconi, hanno fatto seguito la vertiginosa discesa dell’altra gamba del governo, la Lega di Umberto Bossi, senza contare anche quella dell’altro politico di maggior potere e spessore all’interno della maggioranza, il ministro dell’Economia Giulio Tremonti.

Questi, inviso prima dall’Esecutivo per i tagli ai costi della politica che avrebbe voluto attuare, quindi all’opinione pubblica e all’opposizione per averci rinunciato, si trova ora invischiato nella vicenda che vede indagato per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti il suo ex braccio destro, Marco Milanese”.

E’ ancora presto per dire a cosa porterà l’inchiesta, di certo una cosa ce la sta già mostrando, o meglio la sta ribadendo: l’isolamento del superministro, lasciato solo dalla maggioranza e dal suo stesso partito, che – così facendo – lanciano a Tremonti un messaggio chiaro: tocca a lui tirarsi fuori.

Ma se il ministro piange, Bossi di certo non ride. Entrato ormai in un evidente stato confusionale, il leader padano è in conflitto (abbastanza celato) con Berlusconi, in conflitto (abbastanza palese) con parte del suo partito e in conflitto (dichiarato) con Napolitano per la questione dei ministeri al Nord.

La Lega, dal canto suo, non da più l’impressione di poter garantire stabilità al suo governo.
In questi ultimi tempi l’interesse strettamente partitico dei lumbard ha spesso prevalso su quello collettivo: aver tenuto in scacco il governo sulla questione dei rifiuti è spiegabile solo con ciò, che “gli interessi della civiltà e dell’igiene a Napoli non sono i suoi interessi” (così il professore Gibelli al Corriere). E che ratio avrebbe aprire ora, in una situazione generale così complicata, un fronte col Presidente della Repubblica se non la soddisfazione strettamente “di popolo” (padano, s’intende) di vedersi finalmente staccati da quella “ladrona” di Roma, anche se solo formalmente, anche se solo con tre uffici ministeriali per lo più di sola rappresentanza?

Dovrebbe essere un partito di governo, cioè con compiti e responsabilità non solo partitiche, ma anche collettive ed è stato sicuramente un partito “di lotta e di governo”, per dirla con Enrico Berlinguer. Oggi, però, la Lega sembra essere un partito “più di lotta che di governo”, in guerra col sistema, ma anche con se stessa, come dimostra il conflitto aperto al suo interno su chi succederà al capo storico.

Dall’altra parte, abbiamo un Terzo Polo che ancora non si capisce cosa farà da grande, e un centrosinistra che, a diventare grande, proprio fa fatica.

Eccoci di fronte al paradosso italiano: “un governo che non governa perché una fronda glielo impedisce – ricorda Sergio Romano sulle righe del Corriere – e una opposizione che non pare pronta (con quale formula?) a tentare di sostituirlo, sembrano afflitti da un’intollerabile schizofrenia”.

Ma l’incapacità di formulare una valida alternativa non è l’unico problema che affligge la sinistra. Ciò vale  in particolare per il Pd, che ha visto aggiungersi in questi giorni altri fronti di “crisi”: la riforma elettorale, che vede il partito diviso al suo interno in tre correnti distinte e, soprattutto, la “questione morale”.
Prima il pericoloso binomio politica-affari sembrava appannaggio della sola destra. Ora, invece, con i casi

Umberto Bossi

Pronzato, Tedesco e Penati, Bersani si ritrova curiosamente nella stessa situazione in cui spesso si è trovato il suo nemico Berlusconi, cioè a dover difendere il proprio partito dalla gogna mediatica e dal martello del giudice.

E intanto, in mezzo a tutto questo, l’antipolitica non accenna a placarsi: l’urlo che si alza contro la Casta non trova la giusta eco nelle sedi appropriate, ma forse non ce ne sarà bisogno: tra indagini ed inchieste parlamentari, battaglie legali e campagne diffamatorie, i nostri politici si stanno scannando tra loro: ieri ne è saltato uno, oggi un altro, domani forse due.

Sembra una resa dei conti stile far west. Il problema è che non siamo al cinema e che finito il film non ce ne torneremo tranquilli a casa nostra.
Questa è realtà, non finzione, e quello che preoccupa, in tutta questa tempesta, è vedere i nostri politici “ansiosi per il proprio futuro, ma incapaci di comprendere che stanno pregiudicando quello dell’Italia” (così Sergio Romano).

Verrà la quiete dopo la tempesta? Si che verrà, come sempre, ma speriamo, anche se oggi è difficile sperare, che quella nave, la nostra nave, non si finisca incagliata in qualche scoglio o infossata nel fondo di qualche mare. Si spera continui a navigare, sopra la linea dell’acqua, con le nubi lasciate alle spalle e un orizzonte, limpido e disteso davanti a sé.

Tommaso Tavormina

Foto || ilsole24ore; davidparenzo.com

 

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