Il dibattito finale Bersani – Renzi: tante frecciate, non molte proposte

I due candidati e sfidanti con al centro la conduttrice del dibattito, Monica Maggioni

Roma – Gli studi della Rai hanno ospitato, ieri sera, il confronto che tutti si aspettavano alla vigilia del primo turno di domenica scorsa: quello tra Pier Luigi Bersani, segretario del Partito Democratico e candidato di testa alla premiership, e Matteo Renzi, il sindaco rottamatore di Firenze che, piano piano, ha iniziato a rosicchiare consensi all’oppositore. Su questo piano di sfida, sempre contenuto entro limiti “politici” che non hanno risparmiato battute e frecciatine di vario tipo, i due avversari hanno risposto alle domande poste dalla conduttrice Monica Maggioni, volto noto del Tg1 e per anni corrispondente dalle zone di guerra.

Una scenografia semplice ma moderna, con gli immancabili videowall a trasmettere immagini di rito, countdown durante gli interventi e i collegamenti con i comitati di sostegno ai due candidati – rispettivamente da Milano per Renzi e da Palermo per Bersani, a sottolineare le due identità settentrionale e meridionale dell’Italia – e due uomini, 61 anni l’uno, 37 l’altro, che hanno scelto un look parlante: immancabile giacca, camicia e cravatta rossa a pois bianchi per il segretario – un portafortuna à la Galliani, verrebbe da dire – camicia bianca arrotolata ai gomiti e sproporzionata cravatta indaco per il sindaco.

Al di là della mera argomentazione stilistica, quello che più conta sono i contenuti: non molti, in realtà, e sostanzialmente ricalcanti quelli affrontati due settimane fa negli studi di Sky dove si ospita anche XFactor. Lotta all’evasione e lavoro i temi trattati da entrambi, con ricette diverse ma equipollenti – più soldi a chi guadagna meno per Renzi, più lavoro a chi non lavora affatto per Bersani – ma sguardo rivolto anche alle situazioni di conflitto del Medio Oriente: sì al riconoscimento della Palestina per il candidato favorito, attenzione alla deriva iraniana e ai diritti delle donne calpestati per lo sfidante.

Idee comuni sul destino dell’Europa, che necessita di tornare a marciare insieme e «far sentire una voce unica e comune» sulla costituzione della Tunisia che «trasforma la donna in oggetto», per il sindaco fiorentino, ma idee diverse sulle alleanze elettorali: «Aspettiamo la nuova legge elettorale», dice Bersani, mentre Renzi chiude totalmente a Casini e ai centristi dell’Udc-Fli-Api e via discorrendo attraverso le sigle del cosiddetto Terzo Polo.

Il confronto continua così, con alti e bassi da entrambe le parti, e a caldo non si può stabilire chi sia il vincitore reale. Tuttavia, le differenze tra i candidati sono sostanziali: Renzi tiene fede al suo progetto di “rottamazione”, promettendo idee condivisibili ma bislacche: abolizione ai finanziamenti dei partiti e dei vitalizi, un codice civile di 50-60 articoli traducibili in inglese e dieci ministri, di cui cinque donne. Bersani porta proposte “familiari”, concrete, ricette semplici che sembrano provenire davvero da un padre di famiglia, quell’«usato sicuro» che gli è costato le critiche degli oppositori e il sostegno di una fetta consistente dell’elettorato democratico. Alle battute finali, siparietto sul «chi scusarsi e per cosa»: il segretario si scusa con la famiglia e con il defunto parroco, che aveva fatto dannare invocando lo sciopero dei chierichetti. Renzi si scusa col fratello, costretto a lavorare all’estero per non essere additato come «il fratello del sindaco».

Un dibattito vinto dalle posizioni di entrambi, ma vinto da nessuno: stoccate e fair-play, «segretario» e «Matteo» che si contendono una candidatura che potrebbe portarli, i sondaggi virano in tal senso, a occupare lo scranno di Palazzo Chigi nel 2013, ma con una campagna elettorale da rivolgere, dopo il ballottaggio, all’intero elettorato e non solo a quello di centro-sinistra, per aumentare le speranze del Pd di tornare al governo dopo la burrascosa esperienza del 2006-2008 con l’allora premier Romano Prodi e, Bersani, allo Sviluppo Economico.

Stefano Maria Meconi

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