Il concerto di Venere e Adone – Recensione

Valter Malosti, il protagonista (dibiertec.com)

Valter Malosti, il protagonista (dibiertec.com)

Shakespeare – Venere e Adone in concerto, versione “disidratata” (vale a dire priva della messa in scena) dello spettacolo che nel 2009 valse il premio per la regia da parte dell’ANCT a Valter Malosti (Teatro di Dioniso), è un’operazione riuscita. Solo sul palco, assistito da un quadro luci mutevole e da una corposa colonna sonora, l’autore/attore declama la propria rielaborazione dei versi shakespeariani, racchiudendo in una recitazione minima (non minimale) ma potente le energie precedentemente disseminate nei vari personaggi.

Barocca rimane la cifra, sia tematica che stilistica, della rappresentazione: barocca è l’opera di partenza, barocca la maggior parte delle musiche e, in generale, la loro gestione, barocca l’interpretazione di Venere, cui Malosti affibbia accento e gestualità di un “femminiello” napoletano. E barocca, nell’accezione più alta del termine, è la costante propensione al molteplice, ricercato non attraverso l’accumulo frenetico di elementi bensì con un raffinato gioco di riflessi e concordanze linguistiche, che rendono lo spettacolo sfarzoso pur nella sua essenzialità di partenza.

I versi si susseguono infatti con un ritmo a dir poco tumultuoso, fino a diventare quasi un flusso di coscienza; le musiche, un misto di brani classici e contemporanei, ricalcano la cadenza delle parole, amplificandone sonorità e vigore; in tale serrato dialogo si inseriscono infine le luci che forniscono ai diversi momenti una divisone cromatica, ora creando un’atmosfera diafana e riflessiva, ora virando verso un lussureggiante oro che ricopre il tutto.

Tuttavia, l’impressione di fondo non è assolutamente quella di un proliferare nevrotico delle soluzioni estetiche. Al contrario, un elaborato meccanismo di contrappesi impedisce alle varie linee di imbizzarrirsi e sconfinare in tonalità che esulano da quella principale. Da questo punto di vista, la recitazione di Malosti costituisce il minimo comune denominatore dell’opera: si spinge al massimo dell’espressività restando però attenta a non valicare i canoni che conferiscono armonia all’insieme. L’attore, infatti, alterna senza soluzione di continuità due soli registri: quello, già descritto in precedenza, della passione di Venere e uno classico e impostato da narratore. Così facendo, cambi di livello narrativo e passaggi di tono, a volte anche considerevoli, non appaiono mai come strappi bruschi o violenti ma spontanee modulazioni di un unico tappeto espositivo.

Il senso della riduzione operata dal Teatro di Dioniso consiste allora nel ricondurre su un medesimo piano d’importanza le componenti che nello spettacolo originario rimanevano, pur con la loro ricchezza, ausiliarie della scena, per esplicitarne, esaltandoli, intrecci e iterazioni reciproche. D’altronde, la parola “concerto”, intelligentemente riportata nel titolo, va intesa, più che alla stregua di un’annotazione tecnica, nel suo ambiguo significato etimologico di “contrasto e consonanza”. Così come lo sforzo estetico tende a sfumare gli spigoli formali del discorso, allo stesso modo l’appiattimento delle voci sul personaggio di Venere raduna in un solo corpo e in una sola anima tutte le contraddizioni del sentimento amoroso.

Pertanto, l’efficacia maggiore di Shakespeare – Venere e Adone in concerto sembra risiedere nell’equilibrato concorrere di ogni suo elemento alla restituzione dell’aspetto paradossale del mito, che lega, in un’arcana e terribile alleanza, la passione con il dolore. Se la bellezza salverà il mondo – eco dostoevskijana che risuona verso la fine dello spettacolo – non sarà certo una bellezza pacificata e priva di lacerazioni interne, ma una “sporca” e imperfetta o, quantomeno (dando ragione alle istanze del festival Gender Bender), “diversa”.

Francesco Brusa

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