Sunday, May 26, 2013

“Il cammino per Santiago”: la vita non si sceglie, la si vive

Post di Alessandra Filice data: luglio - 6 - 2012

«Lo straordinario risiede nel cammino delle persone comuni»: è questa la frase che contraddistinse il romanzo d’esordio di Paolo Coelho intitolato Il Cammino di Santiago. Dopo quindici anni l’incipit resta lo stesso. Anche Emilio Estevez regista del quasi ‘omonimo film inizia dalla comune realtà di un oftalmologo di nome Tom. Una professione che va a gonfie vele e partite di golf con amici scandiscono i ritmi della sua esistenza dopo la morte della moglie. La vita di Tom potrebbe trascorrere così fino alla sua fatidica “ora x” se non ricevesse, in una classica mattina di svago, una telefonata sconvolgente.

Il suo unico figlio è morto e l’accaduto ha avuto luogo sui Pirenei durante una tempesta nel corso di un pellegrinaggio che Daniel aveva appena intrapreso da appena un giorno e che lo doveva condurre a Santiago De Compostela. Poche frasi asciutte delle autorità francesi e certezze che svaniscono nel nulla. Tom si reca, così, tempestivamente in Francia. Commosso riconosce il figlio. In preda all’angoscia e con nuove consapevolezze, decide di optare per la cremazione e di intraprendere il viaggio che il figlio non concluderà mai più.

E’ il senso di definitività che emerge nelle scene iniziali del Cammino. Un sessantenne che, per buttare fuori la disperazione, decide di macinare ottocento km di un percorso che ha origini medievali e che vanta ogni anno pellegrini provenienti da tutto il mondo. Viaggia con lo zaino del figlio sulle spalle, la scatola di acciaio che contiene le sue ceneri è con lui, alla sinistra dello zaino stesso, protetta da una retina di nylon nera. E’ schivo, Tom: silenzioso, arrabbiato. Incontra sul suo cammino anche compagni di viaggio che vogliono unirsi a lui nel tragitto ma lui, pur non tirandosi indietro, il più delle volte cammina avanti, da solo, concede poche battute, per lo più sarcastiche, e si ferma solo per spargere le ceneri del figlio in posti che per lui meritano l’onore di partecipare al suo sommesso gesto. Dopo un paio di tappe però, che lui lo voglia o meno vanta un seguito di tre persone, un olandese di nome Joost interpretato da Van Wageningen , un’affascinante donna canadese, Sarah incarnata dall’attrice Debora Kara Unger e un irlandese Jack che altro non è se non l’attore James Nesbitt. I tre seguono Tom compiaciuti e incurisositi dal suo modo d’essere e dalle sue vicende strettamente personali. Riescono ad esercitare una comprensione talmente profonda del suo dolore che hanno il coraggio di sostenerlo anche quando la sofferenza dell’uomo si trasforma in invettiva nei loro confronti. L’unione si rafforza in un crescendo continuo. Incominciano le confessioni individuali. Ognuno mette a nudo ferite ancora sanguinanti che non cicatrizzano. Superano insieme l’ultima difficoltà che li condurrà ad interfacciarsi con un gruppo di zingari in fondo onesti ed ospitali.

Uno di loro, padre di famiglia, esclamerà in tono perentorio: «I figli sono il meglio e il peggio di chi li ha concepiti». L’uomo consiglia poi a Tom di superare la tappa finale del Cammino e arrivare a Murcia per disperdere le ceneri di Daniel nell’oceano. Seguono scene maggiormente spensierate. Il cammino risalta così in tutta la sua bellezza avvalorata dalla voce di Alanis Morisette nonché da un brano di Nick Drake che non ha paragoni nel mondo della musica, intitolato Pink Moon.

Gli epiloghi sono inaspettati. Questo non è un film che vuole insegnare a tutti i costi. Scevro da messaggi spirituali e dal raggiungimento di buoni propositi, regala ai suoi protagonisti l’autonomia di essere ciò che realmente sono anche a viaggio concluso. Condizionati così dalla nostra tendenza a finalizzare tutto nella società dell’eccellenza, forse potremmo rimanere perplessi su come i co – protagonisti negli ultimi squarci decidono di comportarsi. Poche perplessità invece sulla scelta definitiva di Tom che sembra comprendere fino in fondo le scelte del figlio Daniel tanto da rivoluzionare completamente se stesso.

«La vita non si sceglie, la si vive». Non è più un semplice aforisma da ascoltare distrattamente.

 Alessandra Filice

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