Caro Andrej Godina, il caffè a Napoli è una cosa (non tanto) seria

L'esperto triestino Andrej Godina stronca il caffè a Napoli dopo 9 tazzine in una mattinata. In una lettera aperta, è giusto spiegargli cosa ha sbagliato...

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Andrej Godina, a sinistra, esperto triestino di caffè (ajgodina.blogspot.it)

Gentile Andrej Godina,

è vero, su alcune cose pure noi qui al Sud siamo un pochino razzisti. Sul caffè, poi, non glielo dico proprio. Si fidi di uno che non è nemmeno napoletano-napoletano, ma di Avellino. E quei 40 chilometri scarsi che separano le due città (vabbè, facciamo una città e mezza) sembrano un continente se si parla di arte, cultura e pallone. Ma torniamo a noi. Lei, con quel nome lì, Andrej Godina, il caffè a Napoli non lo può stroncare in una mattinata. Che ne so, se si fosse chiamato Gennaro Godina, oppure Andrej Esposito, forse le avremmo prese un po’ più seriamente le sue critiche. Ma su certe cose non si possono chiudere gli occhi. Non riusciamo a farci dire da un triestino che il caffè di Napoli non è buono, è più forte di noi. Se poi o’ straniero – al di là dei sensazionalismi che il titolo dell’articolo del Corriere della Sera ha sollevato con abile fare giornalistico – pecca di approssimazione e di un po’ campanilismo, c’amma fà signor Godina: ci facciamo una risata assieme. Però qualcosina gliela vogliamo spiegare ugualmente.

Noi non ci fidiamo di quei due minuti scarsi di video di anteprima dell’inchiesta di Report, in cui disquisisce argutamente sulla tazzulella del Gambrinus (dottò, lo sanno tutti che non è quello il caffè migliore di Napoli, e jà…), che beve col risucchio come se stesse sorbendo un semolino all’ospizio. Avvertendo «sentori di legno, paglia, cacao amaro, terra  e muschio» (ma niente niente l’avessero fatto con gli scarti dei sacchetti dell’umido ‘sto caffè?) e liquidandolo con un voto 3,5 che contribuisce, assieme agli altri caffè bevuti in mattinata, a «sfatare il mito del buon caffè di Napoli». L’analisi della sua giornata a Napoli, signor Godina, la facciamo su questo suo articolo.

C’è da dire che lei parte già col piede sbagliato nel primo paragrafo. «È dai tempi dell’università – dice – che sento dire dagli appassionati di caffè che a Napoli il caffè è più buono. Finalmente mi sono deciso di verificare questo mito». Azz, niente niente lei è responsabile per l’Italia della coffee education di Scae (Speciality Coffee Association of Europe) e non ha mai preso un caffè a Napoli? È vero che in Italia vale più il pezzo di carta che la pratica, però essere esperto di caffè senza avere mai assaggiato quello napoletano, è come diventare direttore di Playboy senza mai essere uscito con una bella guagliona. Poi “lì al Nord” non dovete dire che siamo solo noi quelli che ogni scarrafone è bello a mamma soja: è triestino e dice di aver iniziato la giornata con «un bel caffè Illy a Firenze in piazza Santa Maria Novella»? Non mettiamo in dubbio il suo giudizio e non diciamo che la Illy fa schifo, ogni tanto pure noi la facciamo a casa con la moka. Però non vi ‘ngazzate se dicono che siete campanilisti pure voi.

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Una tazzina del Gambrinus, bar simbolo di Napoli (it.wikipedia.org)

Arrivato a Napoli poi, dottò, avete fatto un macello. Noi pensavamo che vi foste documentato sui migliori caffè della città (attenzione: migliori caffè è diverso da migliori bar!), e invece ve ne andate alla Feltrinelli a comprare il libro Made in Naples a farvi da guida? Poi, che ne parlammo a ffa’. Primo caffè al bar della stazione antistante il binario. La vostra recensione: «Aroma intenso di legno e biscotto, gusto amaro e retrogusto rancido». Al bar della stazione. Ringrazi se non gliel’hanno fatto con l’acqua r’e saittelle! Poi, appena uscito, caffè in tre bar a piazza Garibaldi tra cui una miscela Kenya top quality che, se lo faccia dire, manco i giapponesi. A proposito: non è per farci i fatti suoi, ma non sono troppi 4 caffè in mezz’ora? Mica è quella chiavica scialacquata che fanno da Roma in su. A Napoli già con due caffè consecutivi le coronarie se ne partono. E, se si sente male, le ambulanze purtroppo non sono così rapide come “lì al Nord”…

Fatto sta che a fine corso Umberto lei ha degustato altri tre caffè (e sono 7 in una mattinata…) da voto medio 3, con “il palato contaminato da un retrogusto intenso e persistente prevalentemente difettato”. Dottò, non è per niente, ma già dopo il terzo caffè napoletano le papille gustative si sono andate a ricoverare al Cardarelli. Arrivati al settimo mi sa che, con tutto il rispetto, non ci sta capendo più niente. A proposito: il bicchiere d’acqua l’avete bevuto? L’acqua? Eh, quella che nessuno mette assieme al caffè “lì al Nord”, e qualcuno fa pure la faccia strana quando la chiediamo. Se non ce la fanno anche pagare a parte…

Arrivato al Gambrinus lo show per la telecamera – ringrazi che il barrista è una persona gentile, se l’avesse fatta in un altro bar ‘sta manfrina un papagno non glielo levava nessuno – e, per concludere, un altro caffè a santa Lucia. Nove caffè in una mattinata. Girando casualmente. Mò non è per qualcosa, ma a Trieste la jota la fanno bene dappertutto? Gli gnochi de pan sono impeccabili in tutte le osterie? Lo sappiamo, anche a Napoli ci sono caffè più buoni e caffè meno buoni. Ma il peggiore dei nostri, dottò, è sempre meglio di quella ciofeca che fate voi lassù. Il segreto? L’acqua, la miscela, il barrista. Lei può dire tutta la vita di non essere d’accordo e che non ci sono prove scientifiche-olfattive-organolettiche della cosa. Ma prenda un caffè buono dei nostri, e poi dica alla Speciality Coffee Association of Europe che il caffè se lo possono andare a pigliare pure da Starbucks, loro.

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La pausa caffè di Totò nel film “La banda degli onesti” (avionatura.it)

Detto questo, ci dispiace che siate tornato a casa insoddisfatto, signor Godina. Soprattutto perché lei si è sicuramente dimenticato di quel bar poco prima dei Quattro Palazzi, sulla sinistra venendo dalla stazione. Fa un caffè che è la fine del mondo. E poi, già che si trovava al Plebiscito, poteva scendere per via Chiaia. C’è un bar piccolo, brutto e che probabilmente per stare aperto ha offerto più di qualche caffè all’ispettore sanitario. Ma quando mettono sul bancone quella tazzina zuccherata da loro con la cremina (si chiamerà così oppure la SCAE la definisce “surrogato cremoso dolcificante di maggiorata consistenza”?), lì il mondo si ferma. E non c’è studio, degustazione o accademia del chicco che tenga. Faccia una cosa. La prossima volta che viene a Napoli, si scelga un accompagnatore napoletano e non compri le guide alla libreria della stazione. Si faccia portare nei bar da un napoletano. E di caffè ne prenda uno a metà mattinata e uno dopo pranzo. Troppi fanno male. Alle papille, al giudizio e al cuore. Anche al nostro, dottò.

Francesco Guarino
@fraguarino

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4 Risponde a Caro Andrej Godina, il caffè a Napoli è una cosa (non tanto) seria

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    Ettore F 27/03/2014 a 22:55

    Godina l’ ha fatta fuori dal vaso, anche perchè i caffè non si degustano così e soprattutto non da solo.
    Resta il fatto che in Italia c’è la cattiva abitudine di non pulire i firltri e le tramoggie almeno una volta al giorno facendo i caffè che sanno di rancido.

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  2. avatar
    Francesco Guarino 28/03/2014 a 03:21

    Diciamo che il signor Godina ha azzardato quantomeno nelle conclusioni. Se non era davvero mai stato a Napoli prima di questa sua discesa “punitiva”, ed i caffè li aveva degustati solo in compagnia dei colleghi della Speciality Coffee Association of Europe (che ha sede a Londra…), come minimo avrà avuto uno shock alle papille gustative con i caffè partenopei.
    Dovesse tornarci, lo ospito io una settimana a casa mia. Gli basteranno pochi giorni e pochi caffè a cambiare opinione…
    Sulla pulizia di filtri e tramoggia posso testimoniare in prima persona: in tutti i bar napoletani (e non solo) è difficile riuscire ad avere un caffè se lo si ordina in prossimità dell’orario di chiusura, perché stanno effettuando la pulizia giornaliera dell’impianto.

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  3. avatar
    luciano pignataro 28/03/2014 a 10:25

    Complimenti, un grande articolo, non avrei potuto fare di meglio

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