“I won’t pay”, “Yo non pago” viaggia in Europa la disobbedienza fiscale

Atene - Somiglia tanto a un movimento anarchico. Ma “anarchico” non è la parola giusta, perché non è un movimento solo politico, non è solo sociale e non somiglia ai movimenti anarchici del passato. Si chiama “I won’t pay”, letteralmente “Io non pagherò”  ed è un movimento civile, nato in Grecia,  che sottoforma di disobbedienza civile, blocca i punti nevralgici della città, pubblici ma sottoposti a pagamento, per utilizzarli e farli utilizzare a gratis.

Gli attivisti bloccano i caselli autostradali per consentire agli automobilisti di viaggiare gratis, coprono con sacchetti di plastica le biglietterie della metropolitana, impedendo ai pendolari di pagare, i medici impediscono ai pazienti di pagare i ticket presso gli ospedali statali.  Il  movimento nasce nel 2011 in Grecia, il Paese colpito dall’incubo default, e ben presto, di fronte alla crisi globale viene prestato a altre nazioni, come la Spagna con la sua variante “Yo non pago”.

Ciò che era iniziato nel 2011 sotto forma di protesta, attuata da un piccolo gruppo di cittadini pendolari imbestialiti per l’aumento dei pedaggi autostradali, si è sviluppato in un movimento globale. A sentire alcuni di loro: «La gente ha già ampiamente pagato attraverso le tasse, quindi adesso dovrebbe avere il diritto di viaggiare gratuitamente». In Spagna, i militanti hanno bloccato le metropolitane di Madrid, Barcellona, ​​Valencia, Siviglia, Bilbao, per consentire il suo  libero utilizzo.

Quando si pensa a questo  movimento non si può non associarlo agli Indignados, vedendoci somiglianza e continuità. Stessa vocazione, stessa necessità impellente di sentirsi padroni della sfera pubblica. L’esercito degli indignati, quello spirito di fondo che ha viaggiato attraverso il mondo, sfiorando divieti e censure, tra Est e Ovest, ha mosso questo e altri movimenti: l’anno scorso, durante le amministrative, in Spagna 10 mila si sono riuniti sotto il “Yo te voto, yo te pago, yo decido” o il “Democracia Real Ya!”, ma anche in Cina, in America, o in queste settimane in Russia, nel movimento “Per elezioni oneste” nella straordinaria e trasversale partecipazione popolare per chiedere correttezza nelle consultazioni.

In questa “disobbedienza fiscale”, a fare da molla scatenante non è la violenza dei cittadini, ma il venire meno del patto sociale tra governante e governati, quello di cui tempo addietro avevano parlato Hobbes, Locke, Russeau, che impedisce alla società civile di scivolare nello stato di natura. La base del contratto sociale è il compromesso tra chi è disposto a sopportare le restrizioni della legge di uno Stato, in cambio di tutela sul fronte sociale, economico, civile.

La fine del patto ha generato istanze politiche non assimilabili dai partiti. Al contrario, queste sono convogliate naturalmente  nelle forme di questi nuovi movimenti sociali, globalizzati e condivisi da più popoli, con sostanze diverse e calibrate rispetto alle singole identità nazionali.

Dominga D’Alano

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