I volontari del servizio civile in campo per ricostruire le zone colpite dal sisma

Quando la terra trema, il tempo si blocca in secondi interminabili. Quando la terra trema, gli uomini si sentono impotenti e soli davanti all’incommensurabilità dell’universo. Quando la terra trema, qualsiasi mano tesa diventa preziosa come l’oro. Il servizio civile ha selezionato ben 500 mani tese di ragazzi volontari e solidali con chi ha visto la propria casa, il proprio posto di lavoro, le proprie certezze, trasformati in un mucchio di macerie.

Sono ragazzi giovani, l’età media è di 23 anni. La maggior parte di loro risiede in Emilia-Romagna, ha vissuto il terremoto in prima persona e sa cosa vuol dire dover dormire con una busta che contiene qualche vestito e un paio di scarpe accanto a letto, perché potrebbero dover scappare in qualsiasi momento. Sono giovani disposti ad impegnarsi per far fronte ai bisogni espressi dalle comunità dei territori colpiti dal sisma nella fase di ripresa della vita sociale, di ricostruzione e di ritorno alla normalità attraverso il recupero della quotidianità.

In una situazione così difficile e precaria, sono i piccoli gesti a fare la felicità. Andrea Ferretti, capo scout, racconta la sua esperienza come volontario a Mirandola: “Con una squadra di capi scout e volontari dell’Avis abbiamo allestito e reso operativa una cucina industriale esterna ai campi, destinata a tutti coloro che, seppur non accampati nelle tendopoli, si rivolgevano alle cucine dei campi per paura o per l’impossibilità di entrare in casa a cucinare.”

Attività quotidiane, come cucinare o mangiare, diventano difficili da praticare. E così, sotto la guida di un formidabile chef della Costa Crociere giunto nelle zone terremotate all’inizio del sisma, 200-300 persone sono stati serviti con paella, pasta al sugo e hamburger con patate. Condividere un pasto con qualcuno che vive la tua stessa esperienza e con chi lavora per aiutarti a ricostruire la tua vita, significa molto.

Ci sono momenti in cui regna il silenzio, momenti carichi di sofferenza e rabbia per una natura ingiusta, che ha frantumato fabbriche e rovinato famiglie, che ha ucciso senza pietà. In questi momenti è bello avere qualcuno accanto che si da da fare.

La strada per la ricostruzione è lunga e tutta in salita, i volontari lo sanno. Alla vigilia del terzo anniversario del terremoto che il 6 aprile devasto’ l’Aquila e altri 56 comuni del circondario, causando 309 morti, circa 2.000 feriti e la distruzione di un ingente patrimonio architettonico, la ricostruzione procede ancora a rilento, con 21.731 persone ancora assistite.

Per questo bisogna darsi molto da fare, bisogna ricostruire con criterio, rispettando le norme antisismiche. E’ necessario cambiare, fare qualcosa che non si è mai fatto, per ottenere qualcosa che non si è mai ottenuto. Questi 500 ragazzi dimostrano un grande senso di umanità che spesso manca agli adulti. Dimostrano abilità, sangue freddo e determinazione, le qualità giuste per salvare il mondo. O almeno, quel pezzetto di mondo che è andato in frantumi.

Claudia Polsinelli

Foto vi giornalettismo.com; ilrestodelcarlino.it

 

 

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