I Redeem, Awake e le evoluzioni della forma canzone

'Awake', il terzo album in studio degli svizzeri Redeem, è un saggio assemblaggio di idee musicali tanto collaudate quanto rivolte verso orizzonti variegati

La copertina di "Awake", il nuovo album dei Redeem

La copertina di “Awake”, il nuovo album dei Redeem

Anche quando si tratta di provare a curiosare nell’interminabile oceano di nuove proposte musicali soprattutto emergenti, magari non per forza desiderosi di trovare risultati particolarmente sperimentali, fuoriuscire momentaneamente dalle terre di appartenenza – per quanto esclusivamente da un punto di vista geografico, vista la similarità linguistica d’origine – può voler dire respirare un ossigeno ugualmente fertile e carico di freschezza, per quanto non aderente a concetti di novità assoluta. Quello che viene offerto al nostro udito dagli svizzeri Redeem nel corso del loro terzo album in studio Awake, infatti, è un alternative pop-rock sano e genuino ma non per questo non in grado (anzi) di suggerire spunti qualitativi di primissima fattura.

APPARENZE – La semplicità strutturale di un suono come quello dei Redeem, specie in un album ben costruito come Awake (uscito su etichetta Bob Media e distribuito da Audioglobe), in fin dei conti sprigiona, all’orecchio più attento o quantomeno sonicamente preparato, una comunque marcata impostazione di ricerca ascrivibile al fattore compositivo. Stefano “Saint” Paolucci (voce e chitarra), Alessio Piazza (basso e cori) e Simon Steiner (batteria e cori), infatti, sanno perfettamente come costruire una serie di canzoni nel vero senso della parola (la sponda “pop”), non rinunciando affatto, però, a misurarsi continuamente e molto volentieri con una sviluppata predisposizione alla ricerca sia strutturale che stilistica (il fattore “alternative”).

I Redeem

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PUNTI DI PARTENZA – La strada percorsa da un album come Awake, di conseguenza, è costruita con materiali perfettamente in grado di trarre spunto da trampolini di lancio già ampiamente collaudati da interi decenni di tradizione anche cantautorale sia italiana che internazionale. Il percorso da seguire, dunque, segue implicitamente (e ovviamente) segnalazioni per direzioni sicure e longeve ma, allo stesso tempo, si concede deviazioni (non scorciatoie) utili se non proprio necessarie a circumnavigare territori in cui è concesso (anzi quasi obbligatorio) eludere (senza darlo troppo a vedere, pena il decrescere di una potenziale considerazione spettatoriale) le consuete direttive consumistiche da passsaggio radiofonico.

TRA FORMA E DEVIAZIONE – In un suono e in un corpus di idee come quello proposto dai Redeem in Awake, si respira ad ogni attimo un grande interesse per un formato canzone che sia in grado di presentarsi felicemente a braccetto con soluzioni ben più corpose ed omogenee rispetto a quelle proposte anche da esimi contemporanei. Sono frequenti, difatti, incursioni capaci di riportare alla memoria alcune soluzioni riferibili addirittura a mostri sacri del versante più “hard” riguardante lo sviluppo melodico. Non è un caso, allora, se la mente vede far ritorno nel suo grembo a inclinazioni rivolte verso sonorità (non è un sacrilegio dirlo) alla Smashing Pumpkins, Muse e migliori Silverchair di fine millennio. L’evidenza di un simile azzardo intuitivo sta evidentemente nel passaggio in rassegna di tasselli notevoli come Alter ego e Judgement day, prima di lasciare nuovamente campo libero alle impostazioni prevalenti su tutto il restante corpo dell’album, vale a dire a quella preponderante predisposizione che fa del trio svizzero un agglomerato qualitativamente pronto per considerazioni massmediatiche non di poco conto.

I Redeem

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UNA IMPURA FORMALITÀ – Ma anche su questo versante più di facile ricezione, si diceva, la proposta dei Redeem è tutt’altro che scontata nel suo farsi studio e ricerca di forme (non formalità) metriche di certo già collaudate da tanto passato compositivo, ma non meno consapevolmente degne di sviluppare un approccio al formato canzone tutt’altro che inferiore a quello di colleghi ben più blasonati. Motivo per cui, in seguito agli esordi di roboanti tasselli come Insanity o Chanson d’amour (in cui è riscontrabile una sorta di fascinazione post-grunge europea alla Bush di secondo periodo), frangenti come quelli proposti da The riddle o Guilty permettono al trio svizzero di spaziare anche tra una sorta di punk-rock moderno e aperture marcatamente synth. Notevole, poi, è anche una certa predilezione per melodicità da “hit single” ammiccanti al campo delle colonne sonore filmiche come evidenziato in una The last goodbye proposta anche in chiave acustica in qualità di bonus track e, in questo, non distante da ulteriori sonorità di ritorno alla memoria come quelle dei più fortunati Goo Goo Dolls (è il caso, su questa scia, anche delle belle Beautiful day e Borderline).

RARITÀ MASSMEDIATICHE – In Awake, insomma, i Redeem svolgono un lavoro di sintassi sonica regolare ma orientato verso orizzonti diversi seppur niente affatto divergenti dallo scopo strutturalmente ideologico prefissato in partenza, che è quello rivolto a una continua dimostrazione di audace perizia tecnica anche solo per la manutenzione a lungo termine di una simile impostazione. Non è illecito sperare di vedere il trio svizzero sul gradino più alto del podio mainstream da qui a qualche anno: sarebbe uno dei rari casi veramente meritevoli di concretizzazione saggia e ragionata di una musica di agevolato consumo non riconducibile, però, a concetti di mero consumismo.

Voto: 7

Stefano Gallone

@SteGallone

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