I Red Hot Chili Peppers infiammano Milano. Niente Frusciante? Ci pensa Flea

John Frusciante è uscito dal gruppo da due anni ormai, e già questo avrebbe potuto scoraggiare gli aficionados dei peperoncini made in LA. Mettiamoci un paio di recensioni non propriamente entusiastiche di I’m with you, lavoro 2011 di Kiedis & co., e la frittata live rischiava di essere bella e fatta. «Diamogli fiducia», avranno pensato i fan italiani che hanno riempito sabato il PalaIsozaki di Torino e ieri il Mediolanum Forum di Assago per le due date italiane dei Red Hot Chili Peppers. Fiducia ben riposta.

I Red Hot Chili Peppers in concerto a Milano: Flea, Kiedis, Klinghoffer e Smith (alla batteria)

L’interessante indie-rock dei britannici Foals scalda le mani al parterre del Forum di Assago (Materazzi, la Ventura e Nikki di Radio Deejay avvistati in zona vip/parterre), poi è l’attuale singolo Monarchy of Roses ad aprire le danze. Abituale palco fantascientifico, con un videowall a fare da sfondo e l’abusata ma sapiente regia live ripresa da quattro pannelli ad espansione verticale.

Anthony Kiedis è in palla e impiega meno di due canzoni a rimanere sul palco a torso nudo; l’osservato speciale Josh Klinghoffer abbassa la testa sul manico della chitarra, ma sembra graffiare poco; Chad Smith calza l’immancabile tuta da meccanico e picchia sulla batteria come se avesse due chiavi inglesi in mano; Chris Warren (tastierista) e Mauro Refosco (percussionista) accompagnano i ragazzacci in tour, ma lo showstopper si chiama Michael Peter Balzary. Se il basso di Flea non fa venire giù l’incandescente palazzetto di Assago, il merito è infatti solo di una efficiente normativa antisismica: le intro di All around the world e Can’t stop raggomitalano gli intestini. L’instancabile Smith gli dà manforte realizzando il record non ufficiale di bacchette frantumate sui tom.

La linea ritmica dei piccanti californiani invecchia come la migliore delle MILF ed è la vera attrazione della serata. Kiedis scherza sulla pronuncia italianizzata di Flea (pronunciato come scritto e non “Flii”, all’americana), poi fa la sua parte mettendoci l’usuale binomio voce sporca (ma meno del solito) + rabdomanzie danzerecce. Klinghoffer – pur rimanendo sempre un tono sotto il basso di Flea, ed è questo forse il gap più difficile da colmare per l’allievo di Frusciante – si scioglie in fretta e si lascia guidare al centro della scena. Onorevole da parte sua il non ridursi a copia carbone del maestro, ma il voler provare a metterci del proprio, a costo di fa rizzare le orecchie più attente ed obbligarle a ripiegarsi su se stesse per riconoscere i riff made in Frusciante. Sorprendente, c’è da dire, la cover chitarra e voce di  Io sono quel che sono di Mina (!).

Dicevamo di Flea: il gommoso bassista australiano rimbalza incessantemente sul palco per tutta la durata dello show, prende il microfono a più riprese strappando la scena (e gli applausi) a Kiedis e crepita assalti vibranti organizzati a 4 corde. È lui a trainare il vagone del funky a stelle e strisce, balzando in cima agli amplificatori al momento di Give it away e chiudendo la serata da dominatore nella jam session a 3 con Klinghoffer e Smith, mentre Kiedis ha già salutato il pubblico.

Si temeva il flop dal tour 2011/2012 dei RHCP: nulla di più sbagliato. La scaletta è un sapiente shakerato tra ciò che di buono si trova in I’m with you (The adventures of Rain dance Maggie convince molto di più dal vivo di quanto non faccia in radio, thumbs up per Klinghoffer qui), evergreen (l’immancabile Under the bridge e i masterpieces Otherside e Californication) e veri e propri reperti d’antiquariato (rispolverata la profetica Me & My Friends del 1987, quasi a cementare la nuova lineup da palco). Due ore piene, incalzanti, incessanti.

I quattro peppers sembrano vivere condizioni di forma (e motivazioni?) abbastanza differenti l’uno dall’altro, ma il minimo comune denominatore è altissimo. Non è ancora tempo di ammainare la bandiera con l’asterisco rosso.

Francesco Guarino

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