I mostri di Venezia

Perché il puro divertissement in cellulosa vine considerato cinema d’autore? Venezia, come Cannes e affini, non ha poche colpe

di Stefano Gallone

Locandina "Machete"

Partiamo da considerazioni altrui. Gianluca Colitta è un giovane e bravissimo regista pugliese stabilitosi a Roma ormai da diversi anni. Laureato in Arti e Scienze dello Spettacolo tramite il “vecchio ordinamento”, ovvero quando l’università era l’Università (con la maiuscola), anche lui, come (ahimé) tanti altri, non ne può proprio più di alcune cose. Non ne può più di veder spalancare intere autostrade a “talenti” che definire tali equivale ad un’offesa al genere umano; non ne può più di sentirsi dire che un copione, per essere finanziato, ha bisogno di fare cassetta; non ne può più di sentirsi dire che il cinema, come lo intende la gente che davvero vuole farlo allo scopo di maturare un senso, un’idea, un punto di vista, non ha ragione d’esistere. Ma è proprio questo il punto: che direzione ha preso il cinema, oggi? Probabilmente più di una, ma cerchiamo di coglierne i tratti essenziali puntando l’attenzione sul genere di film e di personalità registica che più ha spopolato nel corso degli ultimi quindici anni: Quentin Tarantino e Robert Rodriguez, considerati, al giorno d’oggi, veri e propri maestri. Ma maestri di cosa? Quale può essere il loro insegnamento? Cerchiamo di capirlo assieme allo scorrere delle righe di un articolo dell’ottimo Gianluca (accuratamente modificato e da lui ripristinato sul suo sito ufficiale) dal titolo Bastardo con la gloria, offerto ad una rivista di settore della quale tralasciamo il nome.

I festival del cinema, forse dalla loro stessa nascita, sembrano essere più delle sfilate di moda che rassegne legate al vero senso del fare di un film un’arte che trasmetta qualcosa a qualcuno. E se quel famoso “Pulp” da filmacci di serie B (tanto acclamati dall’opinione pubblica da rendere necessario una loro continua e duratura revisione fino a farli diventare un puro serbatoio di citazionismi gratuiti ed inconsistenti) si è creato lo spazio (ma qualcuno lo avrà pur generato: un particolare branco di critici) per definirsi una moda (pur nascondendo l’intento commerciale del “basso costo = divertimento attraente = forte incasso), allora la sua partecipazione ai festival d’ “Arte” cinematografica lascia perplesso chi, come noi, crede di non essere pazzo nell’affermare che, probabilmente, i conti non tornano.

Volge al termine il festival del cinema di Venezia (“mostra d’arte cinematografica”, la definiscono) e Robert Rodriguez, seppur fuori concorso (e menomale! Sai che pretesa!), passeggia spavaldo sul red carpet per presentare questo suo nuovo grande capolavoro intensamente filosofico dal titolo Machete: un puro coacervo tragicomicamente tamarro di morti ammazzati, ossa rotte e attoruncoli da strapazzo riesumati (anche questo sembra essere ormai diventato una moda, a partire dall’uso del John Travolta di Pulp Fiction) in cui, forse, l’unica nota stilisticamente positiva è il simulare dichiaratamente l’uso di pellicola scaduta e di scarsa qualità così come gli effetti speciali da due soldi, prassi necessaria per la produzione dei vari “costi zero” stile ’70 (con il duo A prova di morte e Planet Terror del Grindhouse a quattro mani con Tarantino si toccava l’apice, in questo: si simulavano, con un senso, le quattro ore a prezzo stracciato delle sale cinematografiche di periferia americane).

Robert Rodriguez, Jessica Alba, Danny Trejo

Ma il discorso tocca un punto estremamente importante. Leggiamo Gianluca. Parlando di Tarantino, il giovane regista afferma: “C’è grandiosità estetica nei suoi film; c’è una portentosa capacità di dominare il linguaggio cinematografico e di articolarlo con la messinscena. Però c’è pure una impasse profondissima, di cui a malapena ci si comincia a rendere conto. Un’impasse forse tutta post-moderna. Nei suoi copioni e nelle sue regie è il vuoto ad ogni minuto”. Un vuoto chiaramente dovuto alla totale mancanza dell’intenzione di attirare la coscienza su una qualsivoglia tematica con riferimenti a concetti legati all’attualità o, comunque, a qualsiasi tipo di tentativo di riflessione. Si tratta, tanto per Tarantino quanto per Rodriguez, di un cinema di puro divertimento. E fin qui va tutto bene. È quando, però, questo più che lecito divertimento viene giudicato “Arte” che i dubbi e un filo di rabbia cominciano a rosicchiare l’animo umano, è quando questo divertimento ottiene carta bianca e via libera sulle passerelle dei festival più importanti al mondo che il senso delle intuizioni più semplici diventa complessità di comprensione pura. Ma la colpa, probabilmente, non è di chi il divertimento lo produce, bensì di chi lo adagia sulla stessa bilancia dell’espressione morale insita nella fotografia in movimento. “La gloria di cui lo fregiano intellettuali della prima ora e adolescenti di ogni tipo rischia di aprire, se non l’ha già aperte, come è possibile vedere nell’ultimo Sorrentino, scuole a mio avviso fuorvianti, che negano il contenuto e svuotano la forma di ogni senso”, sostiene Gianluca. E ci troviamo perfettamente d’accordo nel constatare che se un’espressione personale in termini di fotogrammi, note o parole equivale ad attenersi ad un concetto di moda nuda e cruda, allora cinema/musica/letteratura sta a commercio ottuso come pane sta a vino. È un pensiero molto triste, quasi funereo, ma inevitabile data l’evidenza che si cela tra le righe della modernità.

Leone d'oro

Certo, è solo un ramo dell’enorme quercia dell’espressione umana, così come continueranno ad esistere, sempre e per sempre, radici underground che se ne infischiano e continuano a dire le cose nella maniera giudicata opportuna, pur restando ferocemente nell’anonimato. Sembra essere, dunque, una condizione da accettare in quanto presenza: intanto c’è ed è interesse del consumatore (ormai è questa la parola chiave) scegliere se seguire o boicottare. Sta bene, ma quello che rattrista, per la sua estrema difficoltà, è prendere atto del fatto che l’arte, per quanto sia ormai morta e putrefatta in quasi ogni sua direzione, dovrebbe sempre e comunque avere qualcosa da dire, un messaggio, un punto di vista, una qualunque considerazione. Ci si sente un po’ come se Ciro Ippolito vincesse la palma d’oro con Alien 2, ecco. Morale della favola: “Autore” è chi affronta con coraggio e dedizione tematiche importanti, non tanto chi non può proprio fare a meno di spiegare, nei minimi dettagli, la genesi di Like a virgin.

Foto | via www.ilcinemaniaco.com

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