I detenuti diventano assistenti personali dei compagni di cella disabili

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I detenuti che hanno seguito il corso (superabile.it)

Parma – La vita per una persona con disabilità non è mai semplice e molto spesso a peggiorare la situazione ci si mettono anche le istituzioni, proprio loro che dovrebbero invece tutelarle. Eppure la Costituzione italiana parla chiaro: nell’’articolo 3, infatti, viene sancito che «tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». Tutti hanno pari dignità, quindi, nessuno escluso. Nella realtà di tutti i giorni, però, non è proprio così e può capitare di assistere a situazioni completamente opposte. E se, nella vita normale risulta difficile comprendere che dietro ad una sedia a rotelle si trova una persona, dietro le sbarre la situazione appare ancora più problematica. Si perché non bisogna dimenticare che i disabili si trovano anche in carcere.

E nel nostro Paese non sono pochi: la Lombardia, con 121 persone con disabilità, è la Regione che detiene il primato, seguita da Campania (96), Lazio (51), Marche (34) e Sicilia (34), ancora Toscana (31), Piemonte e Valle D’Aosta (23), Veneto, Trentino e Friuli Venezia Giulia (20), Puglia (17), Emilia-Romagna (16), Sardegna (16), Calabria (14), Umbria, Abruzzo-Molise, Liguria (tutte con 3 detenuti) e, infine, Basilicata (1). A fornire le cifre è l’Ufficio Servizi sanitari del Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria. I dati, però, si riferiscono alla fine del 2006 e da allora non ci sono stati ulteriori aggiornamenti.  Secondo sempre queste stime, ci  sono nel Bel Paese 11 strutture penitenziarie che hanno sezioni attrezzate, 175 i posti ma ben 90 sono inagibili. Dati non proprio confortanti.

Eppure nel panorama carcerario italiano si sta tentando di porre rimedio anche a questo problema. Caso esemplare è quello della casa circondariale di Parma dove è presente un centro clinico, reparto in cui sono ricoverati detenuti non necessariamente disabili, con patologie che necessitano di cure intensive tali da non poter essere eseguite in cella. C’è anche un reparto paraplegici che invece accoglie nove persone in sedia a rotelle, alcune con un bisogno di assistenza 24 ore su 24, mentre nella sezione minorati fisici vivono 50 detenuti con impedimenti e difficoltà di diverso genere e diversa gravità.

Con l’obiettivo di assistere queste persone sono partiti, primo caso in Italia, corsi per formare detenuti come veri e propri operatori sociosanitari, che siano in grado, quindi, di assistere altri carcerati con disabilità. Nove detenuti hanno deciso di intraprendere questo percorso, importante non solo per chi andranno ad aiutare ma anche per loro stessi. Tramite questo percorso di studi si permette, infatti, al carcerato di poter fare esperienza per il proprio futuro lavorativo fuori dal carcere, dando la possibilità reale a
queste persone di potersi creare un futuro al di là delle sbarre. Questa iniziativa rientra nel progetto “Benessere psicofisico negli istituti penitenziari”, elaborato dalla Asl in collaborazione con il centro “Forma Futuro”, per offrire ai detenuti, inclusi quelli disabili, risorse, dignità, autostima, crescita e una forza conquistata dentro con l’obiettivo di spenderla fuori. Due dei nove carcerati che hanno seguito il corso e hanno ottenuto la qualifica di operatore assistenziale hanno intanto iniziato il loro percorso lavorativo presso il centro clinico del carcere, mentre gli altri sette andranno a sostituire gli operatori attualmente esistenti nella struttura penitenziaria.

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Il carcere di Parma (gazzetta di parma)

«Il carcere è di per sé un luogo di disagio, per il fatto stesso di limitare la libertà» sottolinea Francesco Ciusa, dirigente medico presso la Asl, direttore del programma Salute all’interno del penitenziario . «Per restituire abilità alle persone occorre togliere una certa dose di sofferenza, in modo che ciascuno possa diventare padrone della propria riabilitazione». E chi meglio di un altro detenuto può comprendere e quindi togliere questa dose di sofferenza ad un altro detenuto. E si sa, anche per una persona abile, il carcere è luogo di sofferenza e di abbattimento per antonomasia. È di fondamentale importanza, quindi, che i detenuti facciano della propria esperienza in carcere una esperienza di ricostruzione di sé anche per ritrovare un rapporto non solo con se stessi, ma con tutta la società. E per fare ciò il carcere deve tornare ad assumere quel ruolo per cui è stato costituito, cioè essere un luogo educativo e non punitivo.

Stefania Galli

foto: superabile.it; gazzettadiparma.it

 

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