I cavoletti di Bruxelles

I matrimoni omosessuali devono essere riconosciuti dai singoli Stati. Così la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo si è espressa sul ricorso di una coppia omosessuale austriaca contro il tribunale del proprio Stato, che gli aveva negato il diritto di sposarsi

di Silvia Nosenzo

Strasburgo – Lo scorso 24 giugno la Corte Europea per i Diritti Umani ha dichiarato che gli Stati europei non sono legalmente obbligati a permettere e riconoscere i matrimoni omosessuali.

Hörst Schalk e Johann Kopf, una coppia austriaca, avevano intentato una causa contro l’Austria nel 2004, dopo aver chiesto un permesso di matrimonio nel 2002. Poiché la legge austriaca riconosce solo i matrimoni tra uomo e donna, il Paese rifiutò loro il permesso.

Schalk e Kopf, allora, ingaggiarono una battaglia legale contro il sistema giudiziario austriaco, ma senza successo. Dopo che la corte costituzionale austriaca confermò il divieto al matrimonio, la coppia portò il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo. L’accusa della coppia omosessuale era che la Corte austriaca avesse violato il loro diritto a sposarsi, dettato dalla Convenzione europea per i Diritti Umani.

Secondo l’Art. 9 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali, i 7 giudici della Corte di Strasburgo hanno confermato che la coppia non ha il diritto al matrimonio. A loro avviso, ogni Paese europeo deve decidere se riconoscere lo stesso status legale alle coppie omosessuali. La Corte ha asserito che i matrimoni hanno “profonde e ben radicate connotazioni sociali e culturali che possono differire da una società all’altra”. Ogni nazione dovrebbe quindi implementare la propria politica in materia, senza sostituirsi al loro giudizio.

Matrimonio gay

La sentenza di Strasburgo ha però anche sancito che l’Austria non ha violato l’articolo 12 (diritto al matrimonio) non permettendo a una coppia dello stesso sesso di sposarsi. Tre dei sette giudici erano del parere che vi sia stata una violazione dell’articolo 14 (divieto di discriminazione) e dell’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare).

Nonostante la mancanza di una legislazione europea condivisa, tuttavia, la Corte di Strasburgo ha riconosciuto “la rapida evoluzione di atteggiamenti sociali nei confronti delle coppie dello stesso sesso in molti Stati membri e un numero considerevole di Stati hanno legiferato per il riconoscimento legale”.

Una coppia convivente dello stesso sesso che vive in un partenariato stabile, – ha anche sottolineato la Corte – rientra nel concetto di ‘vita di famiglia’, così come per il rapporto di una coppia di sesso diverso nella stessa situazione”.

La Corte ha anche fatto un importante riferimento alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e ha sottolineato che l’articolo 9, relativo al diritto di sposarsi, non fa riferimento a uomini e donne. La Corte ha poi detto che “il diritto al matrimonio sancito dall’articolo 12 [della convenzione] non deve essere in alcun modo considerato limitatamente al matrimonio tra due persone di sesso opposto“.

Una vittoria a metà, insomma, per gli omosessuali d’Europa: è la prima volta infatti che la Corte europea dei Diritti Umani si riferisce alle unioni tra persone dello stesso sesso come famiglie richiamandosi all’articolo 8 (diritto al rispetto della vita privata e familiare) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.

Le organizzazioni per i diritti di gay e lesbiche hanno d’altronde dichiarato di non essere sorprese dalla sentenza, perché una decisione diversa avrebbe creato un precedente difficile da applicare nella maggior parte degli altri Stati europei, soprattutto quelli più conservativi e religiosi.

Il portavoce della Corte Kurt Krickler ha osservato che la decisione “rende chiaro che i diritti umani internazionali non sono pronti a preparare la strada per gli sviluppi nella società e che il progresso legale per gay e lesbiche debba essere combattuto in primis nell’arena politica nazionale”.

Lasciando libero campo all’iniziativa legislativa nazionale, tuttavia, la Corte Europea ha lasciato in sospeso una serie di interrogativi sull’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

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