I beni confiscati alla mafia sono “cosa nostra”!

Il nuovo emendamento introdotto nella legge Finanziaria colpisce il cittadino e non la mafia

di Claudia Landolfi

Italia: un passo avanti e due indietro! Sembra assurdo che solo un mese fa si chiudevano i tre giorni dedicati a “Contromafie” presieduti  dagli Stati Generali Antimafia.

Collaborazione, cooperazione, associazionismo. Dove si sono perse tutte quelle parole che giustamente riconoscevano l’importanza del contributo della popolazione civile nella lotta contro le mafie?

A cosa è servito quell’incontro che avvicinava in una faccia a faccia i cittadini con i nostri referenti istituzionali se poi la voce del popolo rimane sempre in coda all’ultimo vagone?

don Ciotti

don Ciotti

Oggi, con l’emendamento introdotto nella legge finanziaria, e già approvato al Senato il 13 novembre 2009, si rischia di distruggere una lunga storia fatta di battaglie, ma soprattutto di importanti vittorie. Il provvedimento prevedrebbe  il via libera per la vendita dei beni confiscati alla mafia da parte dello Stato. Questa clausola andrebbe a modificare così la legge 109/96, che ratifica invece l’uso sociale dei beni sequestrati alle cosche mafiose.

La presente è stata presentata come operazione tesa a risanare le casse dello Stato, ma a godere di questi benefici sarà come sempre “l’uomo invisibile”, un entità, o meglio un ente, che poco riuscirà a interferire con il cittadino.

La storia della legge 109/96, conosciuta anche con il nome di Pio La Torre, ha un lungo passato alle spalle. La norma venne avanzata infatti dall’exdeputato insieme alla legge che prevedeva il reato di associazione mafiosa. Lo stesso la Torre pagò il suo impegno alla lotta alla mafia con la vita. La mattina del 30 aprile 1982 alcuni uomini coperti da caschi si avvicinavano con delle moto alla sua auto sparando decine di colpi. Ma il suo impegno non cadde invano e a proseguire la sua battaglia intervenne “Libera”, associazione fondata da Don Luigi Ciotti. È grazie allo sforzo di questa onlus se la proposta La Torre si è tramutata in norma vigente. All’incirca tredici anni fa, oltre un milione di persone firmavano così l’appello avanzato da Libera. Con questi si chiedeva al Parlamento l’approvazione della legge per l’uso sociale dei beni confiscati alle mafie.

Da questa iniziativa sono sorte vere e proprie cooperative che portano il nome dell’associazione. Le terre adibite ad uso sociale sono oggi nelle mani dei cittadini che vi lavorano tramutando i loro sforzi in prodotti distribuiti nella zona. Le terre, una volta sede dei capi mafiosi, sono state così liberate e restituite alla popolazione.

Sembra inverosimile che dopo aver raggiunto un risultato così alto sul piano etico e civile si voglia fare marcia indietro escludendo il cittadino stesso da questa operazione.

Le famiglie vittime della violenza mafiosa hanno inviato una lettera al Presidente della Camera Gianfranco Fini, al presidente della Commissione parlamentare antimafia Giuseppe Pisanu e a tutti i capogruppi alla Camera per rivedere questo emendamento. Ma da parte sua, il relatore alla Finanziaria alla Camera, Massimo Corsaro, ha risposto: “La ratio della norma sulla vendita dei beni immobili confiscati alla mafia è inamovibile”, sostenendo fermamente così la sua posizione di fronte alla nuova proposta.

LogoliberaterraIntanto sul sito di Libera è possibile firmare l’appello per chiedere al Governo e al Parlamento di fermare questo emendamento prima che venga ratificata la norma in seno alla Finanza. A titolo del richiamo leggiamo:

<< Firma l’appello: niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra. >>

Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E’ facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all’intervento dello Stato.[…]

[…] Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l’emendamento sulla vendita dei beni confiscati. Si rafforzi, piuttosto, l’azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S’introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un’Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti “cosa nostra”.

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