Homicide Hagridden. Rabbia, violenza e sudore in ‘Effect Lucifero’

Il secondo album della trash metal band torinese Homicide Hagridden è un puro esempio di come l'Italia sia strapiena di grandi proposte su ogni versante

La copertina di "Effect Lucifero", il nuovo album degli Homicide Hagridden

La copertina di “Effect Lucifero”, il nuovo album degli Homicide Hagridden

Un po’ di sano e puro metallo non fa mai male, per dirla alla Richard Benson. E allora così sia, largo a uno dei generi che, vuoi o non vuoi, da più tempo e con maggiori risultati (ma con gradevoli sorprese anche alla luce del sole) nell’undeground più intriso di tecnica, particolarità di stile e maniacale aspirazione alla perfezione riesce a proporre sia nuove sorprese che, come in questo caso, interessanti e intelligenti rivisitazioni passate in vista di un nuovo utilizzo presente e, fin dove possibile, futuro. No, non ci stiamo adentrando tra le viscere di chissà quale altra pur grande e interessantissima produzione Roadrunner, Nuclear Blast o affini. No. Ce ne stiamo tranquillamente comodi nella nostra bella Italia perché i signori Homicide Hagridden, dritti dritti da Torino, con il loro nuovo album Effect Lucifero, arrivano a sfondare letteralmente la nostra porta di casa con un genuino mix di ritmiche e watt direttamente provenienti da quella ramificazione thrash metal di matrice Metallica, Slayer e Testament ma con lo sguardo rivolto all’odierno stato delle cose soniche.

EVOLUZIONE E PERFEZIONE – Parliamoci chiaro: un genere come il metal, praticamente in tutte le sue variegate sfumature (certo, bisogna detenere un certo livello di allenamento d’orecchio per accorgersi di quelle più sottili ma il senso del discorso resta pressoché intatto), oltre ad essere, forse, uno dei pochi ambiti in cui – per ovvia gioventù anagrafica, essendo in vita da una trentina di anni a questa parte – è ancora possibile spaziare sperimentando o anche solo provando a spingersi sempre un po’ più in là in termini di proposte artistiche (si veda anche solo la più recente declinazione “djent”), offre da sempre una schiera di musicisti dotati di una pulizia, di una precisione e, per certi versi, anche di un’eleganza compositiva ed esecutiva (andate oltre la dose di volume e watt sprigionati dalle distorsioni) a dir poco limitrofa alla perfezione, se non proprio paurosa per pregio artistico sia compositivo che (forse soprattutto) esecutivo.

Homicide Hagridden

Homicide Hagridden

IN ITALIA – Cosa c’entra l’Italia in tutto questo? C’entra eccome, in quanto territorio da sempre affascinato e interessato ad una simile proposta, assolutamente capace di sfornare, nel corso della sua storia sonora dagli anni ’80 fino ad oggi, band del calibro di Death SS, Vanadium, Novembre, Labyrinth, Rhapsody Of Fire o Lacuna Coil, tutti agglomerati costituiti da veri e propri studiosi di ogni singola potenzialità legata al proprio principale strumento, dalle pelli di batteria fino alle corde di basso e chitarra, varcando la soglia delle incursioni tastieristiche più barocche (è il caso del versante “prog”) per approdare a veri e propri esperimenti fisiologici riguardanti le capacità di estensione vocale dei vari “singer” di qualità (a tutti gli effetti veri e propri strumenti aggiunti).

Nel contesto specificamente “thrash”, però, una band come quella dei torinesi Homicide Hagridden, composta da stupefacenti musicisti come Massimo Moda (chitarra e voce), Stefano Moda (batteria), Valerio Possetto (basso) e Fabio Insalaco (chitarra), non può non destare interesse anche nei meno pratici della sfera puramente metallica, fosse anche solo per la qualità di una proposta discografica prontamente riversabile su un qualunque palcoscenico capace di ospitare un simile pregio sia meramente tecnico che globalmente artistico. Malgrado il genere prescelto non offra, per sua conformazione naturale, una elevata dose di sperimentazione o chissà quale tentativo di portarsi oltre un determinato limite conosciuto (limite che il genere stesso aveva già superato ponendosi come evoluzione dell’heavy metal, inglobando in esso le strutture più radicali dell’hardcore punk), il lavoro proposto dagli Homicide Hagridden è encomiabile anche solo per la più dichiarata delle intenzioni: riprendere in mano un genere solo apparentemente datato come il thrash metal per farne qualcosa di ancora perfettamente capace di interessare, divertire e, perché no, svegliare le menti di questo e quell’altro mondo a botta di riff e urla glaciali tra le più spietate e, al contempo, necessarie possibili.

DEEP IMPACT – Un album come Effect Lucifero (il secondo della discografia della band torinese, nonostante la storia dell’agglomerato in questione si porti avanti addirittura dal 1994), allora, risponde lodevolmente al richiamo della più naturale dele pulsioni umane: rispondere a un qualunque tipo di disagio, sia fisico che interiore, urlando al mondo la propria presenza anche soltanto ideologica. Malgrado le tematiche affrontate, già a partire dal titolo stesso, siano più consone, forse, a certe diramazioni “death” e “black” del settore in questione, la proposta degli Homicide Hagridden fa del thrash metal puro il veicolo principale per la trasmissione di una volontà comunicativa che travalichi ogni ipotesi di accessibilità globale alla quale hanno ceduto, per lungo tempo, anche illustri eminenze del settore come, in primis, i Metallica di James Hetfield e soci. Ad ogni modo, è proprio dai nuovi albori proposti, all’epoca, dai “four horsemen” di San Francisco – praticamente inventori della ramificazione thrash con Kill’em all (1983), abilmente seguiti soprattutto dagli Slayer di Reign in blood (1986) – che il discorso degli Homicide Hagridden nasce, cresce e si evolve. La voce di Massimo Moda, non a caso, è il perfetto connubio tra le sbilenche intonazioni simil-melodiche dell’Hetfield dei primi quattro capolavori a nome Metallica e le più fragorose urla del Tom Araya più rabbioso ma, in questo, consapevolmente in linea con le intenzioni globali del prodotto musicale offerto. Intenzioni che, per farla breve, non lasciano scampo alcuno tra uno sbraitamento di idee, da una parte, e il più selvaggio ma coscienzioso e calcolatissimo accanimento su ogni coniugazione possibile del concetto di riff chitarristico.

Homicide Hagridden

Homicide Hagridden

IL DISCO – In Effect Lucifero le intenzioni sono chiare fin dalla primissima frazione di secondo. Fulminante come una saetta a ciel sereno, l’esplosione sonica di 4 letters assale l’orecchio tra doppie casse, rullanti isterici, vocalizzi di sana violenza urbana e precisissime frustate distorsive. Un’operazione spietatamente demolitrice che accresce il proprio potenziale grazie all’eccelsa precisione con cui sono sferrate le sciabolate di Remembrance of me e Regime, seguite dai lampi black e heavy insiti nei variegati segmenti di Raped, prontamente riassorbiti dall’apocalisse uditiva su cui tornano Lie to me an angel e Lethal agreement (nel primo frangente il più slayeriano dei brani che compongono Effect Lucifero, salvo poi trasformarsi in pura deframmentazione di stile con tanto di ammicamento orientaleggiante, sia in termini di strumentazione che in ambito stilistico). Ad ogni modo, il completamento apocalittico dell’offerta metallica di Effect Lucifero giunge a compimento con il positivamete incostante binomio finale costituito da tasselli come Purify e The unsaid, il primo ammicante a spunti death tutt’altro che fuori luogo, il secondo orientato verso una sorprendente vena dark sfociante in anfratti prog direzionati verso una ancora più marcata caratteristica black-brutal con tanto di scream e growl.

Un non minore encomio, infine, va anche alla direzione tematica ascrivibile, certo, più alla declinazione “mortifera” del genere ma assolutamente da tenere in considerazione laddove la scelta di un simile titolo (Effect Lucifero, appunto) è solo una mirabile attrattiva pseudoreligiosa capace di servirsi proprio di un certo risveglio di interesse per intavolare una sostanziale discussione sociale, in verità anche profondamente antropologica. Il vero concept affrontato dall’album, per dichiarazione della stessa band, è infatti legato al noto esperimento psicologico messo in atto nel 1971 nella prigione di Stanford (evento che ha ispirato anche vari film e una pièce teatrale che, manco a dirlo, porta proprio il titolo di Effect Lucifero), dove la simulazione di particolari condizioni di carcerazione portò a conseguenze terribilmente drammatiche.

Cos’altro puntualizzare, dunque, se non un desiderio di rivolgersi a certi amanti di un concetto di musica legato eternamente alla concezione più classica e datata del più semplice e puro rock’n'roll, più e più volte dichiarato morto: l’universo musicale, e in particolar modo quello italiano, è estremamente pieno di sfumature; provare ad assaggiarle senza lamentare dolore cerebrale, forse, può giovare al risveglio di un certo interesse per le cose.

Voto: 7,5

Stefano Gallone

@SteGallone

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