Hollande, la bufala delle auto blu e il caso Coen su Repubblica

François Hollande (lettera43.it)

I FATTI - Ormai tutti negli ultimi giorni si saranno imbattuti nelle proprie bacheche Facebook o Twitter in foto, post o link che magnificavano l’operato del neo-presidente francese François Hollande, che – stando a quanto riportato – in 56 giorni di governo avrebbe fatto diventare la Francia la nuova Utopia di Tommaso Moro.

Riassumendo in breve: abolizione del 100% delle auto blu, con ricavato al fondo welfare da distribuire alle regioni con il più alto numero di centri urbani con periferie dissestate e tanto di lettera-insulto ai funzionari, nella quale venivano bollati come avari o stupidi se non erano in grado di rinunciare alla vettura statale/aziendale; abolizione dello scudo fiscale ed aumento del 75% dell’aliquota delle famiglie che guadagnano più di 5 milioni di euro all’anno; sovvenzioni statali sottratte alla Chiesa; “bonus cultura” e zero tasse per chi costituisce una cooperativa aprendo una nuova libreria e dando lavoro a due laureati o disoccupati in lista di collocamento; abolizione dei sussidi governativi a riviste e fondazioni private, sgravi fiscali per le banche che concedono prestiti e oneri aggiuntivi per quelle che, invece, offrono strumenti finanziari; e ancora, decurtazioni di stipendio dal 25% al 40% tra funzionari governativi, parlamentari e alti dirigenti statali che guadagnino oltre 800mila euro l’anno.

Con il risparmio ottenuto Hollande avrebbe creato 175 istituti di ricerca (da aprire il 15 agosto, quindi con relativo taglio dell’ombrellone invece che del nastro, ndr) in cui assumere 2560 scienziati disoccupati. Inoltre avrebbe dato lavoro ad altri 60mila laureati, costruito 4500 asili nido e 3700 scuole elementari e istituito un fondo garanzia welfare per mamme singole in condizioni disagiate, fornendo loro uno stipendio fisso per tre o cinque anni, a seconda dell’età del bambino. Probabilmente avrebbe anche trovato una marmotta in grado di confezionare la cioccolata.

Cosa c’è di male in tutto ciò? In primis l‘assoluta assenza di fonti: il post-zero farebbe capo al blogger Sergio Di Cori Modigliani che, dopo il successo iniziale, ha raccolto una serie di commenti di dissenso che chiedevano fonti per verificare tutto ciò. Le risposte ottenute sono state a dir poco evasive: pink, mink e “fonti ufficiali del governo francese”. A mettere la parola fine ai dubbi ci ha pensato ieri wired.it con un ineccepibile articolo di Beatrice Mautino. Misure del genere sarebbero state (come minimo) ampiamente pubblicizzate dall’Eliseo e da Hollande. Ma sui relativi siti ufficiali non ce n’è traccia. Men che meno sui giornali francesi (o utilizzando le medesime chiavi di ricerca in lingua d’oltralpe) si trova nulla al riguardo. In poche parole: una bufala.

IL PROBLEMA – In molti (troppi) sui social network hanno iniziato a far girare la notizia per partito preso, con la superficialità tipica che contraddistingue il link sharing. Come successo già illo tempore in Spagna con Zapatero, un volto nuovo di sinistra ha dato speranza agli internauti, quindi via a condividere selvaggiamente le presunte misure anti-crisi, senza premurarsi di verificare la bontà e la veridicità di tali affermazioni (il Five Million Club severgniniano, questo sconosciuto). Ma se è comprensibile, non scusabile, l’errore del facile populismo via web, è a dir poco imbarazzante che nella rete della rete ci sia cascato un giornalista a dir poco stimato. Leonardo Coen, classe 1948, co-fondatore de La Repubblica.

Leonardo Coen (giuseppenicoloro.com)

Coen ha infatti preso per buone tutte le affermazioni pro-Hollande e il 15 luglio ne ha tirato su un articolo nel suo spazio Blog Trotter (che riportiamo sottoforma di screenshoot dal sito di Paolo Attivissimo e poi vi spiegheremo perché) affermando di avere il privilegio di trascorrere molto tempo in Francia e riprendendo quindi con il più comune e abusato CTRL + C/CTRL + V l’intero contenuto di quelle riforme fasulle. Aggiungendo, con inevitabile tocco populistico, che in Italia tutto ciò avrebbe suscitato la reazione della Chiesa, della mafia e dello Stato. E se non lo facciamo è perché siamo un Paese di gattopardi, mica come i cugini francesi.

I RISULTATI - Appena gli articoli di wired.it ed Attivissimo hanno iniziato a circolare, il pezzo di Coen è stato sepolto dai commenti che chiedevano spiegazioni, volevano chiarimenti o, molto semplicemente, insultavano.

LA SOLUZIONE (peggiore del male compiuto)? Rimpastare di sana pianta l’articolo (ecco il link attualmente online, da cui il perché del precedente screenshoot) senza menzionare neanche l’orripilante errore precedente. Fatta eccezione per un “ringrazio tutti i lettori per i contributi critici, quando essi sono costruttivi e stimolanti. Chi scrive, infatti, non possiede il dono della verità, bensì quello della curiosità”. Ed è lì il problema.

Perché chi scrive – soprattutto se lo fa su Repubblica - il dono della verità dovrebbe averlo, specialmente quando mette in piazza dati specifici per trarre parallelismi tra l’Italia e la Francia. Stato in cui, si ricordi, Coen “trascorre molto tempo”. Nessuna ammissione di errore, nessuna scusa, nessuna spiegazione. Anzi. Un rimpasto bello e buono che stravolge completamente il senso dell’articolo, trasformandolo da magnificazione dei primi 56 giorni di Hollande a pamphlet sulla necessità di muoversi adagio nel mondo dell’informazione che viaggia sul web e che spesso può trarre in inganno. Cosa che è accaduta al co-fondatore di Repubblica, ma di cui non viene fatta apertamente menzione.

È questo dunque il destino del web-journalism? Quello di poter sparare il titolone ad effetto, riempire un articolo di baggianate e ricorrere al tasto MODIFICA per rimediare all’errore, senza dovere nessuna scusa ai lettori per l’assoluta mancanza di professionalità dimostrata nello scopiazzare una sfilza di provvedimenti legislativi sensazionalistici privi di fonte? È questo che il servizio che La Repubblica (un milione e passa di like su Facebook, quasi 600mila copie di tiratura giornaliera ed oltre 3 milioni e mezzo di lettori) offre alla Repubblica italiana? È questo che è diventato il giornalismo?

Un errore su carta rimaneva lì, tra le mani dei lettori, pronti a sventolarlo sotto il naso del colpevole come prova del misfatto. Adesso ci vuole uno screenshoot per ricordare gli sbagli. Ci si vende l’anima – e la professione, ma solo quella solidamente ancorata ad una delle scrivanie più ambite d’Italia – per un click, una condivisione, un tweet.

Questo articolo non verrà modificato successivamente, s’intende. La voce su Wikipedia appena aggiornata su Leonardo Coen (ci si perdoni il nuovo screenshoot, ma probabilmente la correzione durerà poco) probabilmente sì.

Francesco Guarino
@fraguarino 

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