Ho sognato un mondo senza cancro: intervista al prof Mandelli

Latina – Quello del professor Mandelli è un nome noto a molti, non solo perché è uno fra i più conosciuti ematologi del mondo, ma soprattutto perché è un medico che è sempre stato in prima linea nella battaglia contro i tumori del sangue, dedicando la propria esistenza alla cura dei suoi pazienti.

Ora a quasi 80 anni mette nero su bianco i suoi trascorsi, raccontando nel suo “Ho sognato un mondo senza cancro”, la vita e le battaglie di un uomo che non si arrende. Attraverso i volti e le storie di uomini, donne e bambini da lui curati, condivide con il lettore le continue lotte contro tutto e tutti, contro gli ostacoli che hanno cercato di deviare il suo percorso e contro una sanità che aveva bisogno di innovazione e coraggio, un coraggio che il professor Mandelli non ha mai esitato a dimostrare.

Noi di WakeUpNews lo abbiamo incontrato a Latina, in occasione della presentazione del suo libro (scritto con Roberta Colombo, medico specializzato in ematologia, oggi sceneggiatrice), i cui proventi della vendita verranno devoluti all’AIL – l’Associazione Italiana contro le Leucemie, Linfomi e Mieloma di cui è presidente.

- Professore, lei nel suo libro racconta di decisioni personali e professionali difficili da prendere, di continui ostacoli da superare, della necessità non sempre compresa di far cambiare mentalità a colleghi e gente comune, insomma racconta di una montagna ardua da scalare. Cosa le ha dato la forza di andare avanti?

La passione per la medicina. Di fronte ai continui ostacoli, tante volte ho pensato di tornare nella mia amata Bergamo. Ma ogni volta mi son detto che per guarire i malati, per lottare contro queste terribili malattie, non bisognava mollare e così è stato.

Poi, devo dire che sono stato fortunato perché ho sempre avuto accanto persone che hanno creduto in me ed hanno appoggiato le mie scelte, le mie decisioni. Tra queste, primi tra tutti i volontari, che erano sempre più numerosi. I volontari hanno operato con entusiasmo, grinta e determinazione, pronti e disponibili a fare tutto ciò di cui c’era bisogno. Posso anche dire che lavoravano più di tutti quanti, anche più di medici e infermieri che venivano pagati. I volontari sono stati fondamentali. E lo sono tuttora. 

- Lei nella sua attività di medico ha sempre messo al centro il malato e non la malattia, perché?

Fare il medico non significa solo curare le malattie, ma molto di più. La medicina è un lavoro di squadra e in prima linea c’è sempre il paziente, col quale bisogna avere una profonda empatia. Poi ci sono i parenti, che hanno bisogno di conforto, di un rapporto di fiducia e di affetto. E infine ci sono i medici, che devono lavorare insieme, indipendentemente dal loro ruolo, che devono sostenersi a vicenda ed operare scelte a volte anche rischiose, tenendo sempre bene in mente il loro scopo finale: il benessere del paziente.

-Se dovesse dare un consiglio ai giovani medici, cosa direbbe loro?

Innanzitutto, devono essere convinti della loro scelta, che non può essere dovuta ad altre motivazioni se non all’amore per il prossimo. E poi, se una volta laureati si accorgono che non sono adatti a fare i dottori, cioè quelli che sta vicino al malato, ci sono tanti altri ruoli che possono svolgere. Per esempio possono lavorare in laboratorio: lì non hanno il malato vicino e quindi possono lavorare bene, sereni, senza la difficoltà di stare a contatto con il paziente, difficoltà che il paziente stesso capta subito. 

- Si sente spesso parlare di malasanità, cosa c’è che non va in Italia? E se lei potesse fare qualcosa per migliorare la sanità italiana, cosa farebbe?

Mi fa piacere questa domanda. In Italia si parla solo di malasanità ignorando tutto ciò che c’è di buona sanità. Anche all’estero ci sono episodi di malasanità però in Francia e in Germania non li dicono, non li rendono così noti al pubblico. Noi invece solo quello. È una tronca di malasanità.

Se io potessi fare qualcosa agirei sicuramente in due modi: i medici e gli infermieri, che hanno un grandissimo e straordinario ruolo, devono essere abilitati a ciò che fanno. E poi, quelli che lo fanno bene dovrebbero essere premiati – il guadagno dei medici e degli infermieri oggi è molto, è troppo poco; l’infermiere deve lavorare fuori se no non ce la fa, così anche il medico. Quindi premiare con un guadagno migliore quelli che lavorano bene e mandare a casa quelli che non lavorano bene. Io sarei inflessibile su questo.

- Se dovesse mandare un messaggio ai pazienti che hanno appena scoperto di essere affetti da leucemia, mieloma, linfoma, cosa si sentirebbe di dire loro?

Di non perdere la speranza perché anche quando un medico sa, pensa, che per quel malato non c’è niente da fare, in effetti può esserci un farmaco nuovo che cambia la prognosi in pochi giorni. Quindi è difficile dire “non c’è niente da fare”.

- Viviamo in un stato laico ma comunque con una forte presenza della religione cattolica e il Vaticano a volte esercita pressioni tali da influenzare anche decisioni politiche. Lei nel corso della sua attività, soprattutto di ricercatore, ha mai incontrato ostacoli di matrice religiosa?

No, non ho mai incontrato ostacoli di matrice religiosa, perché nel mio lavoro, soprattutto nella ricerca che ho svolto, non ho mai oltrepassato il limite che non solo la religione cattolica ma anche le altre religioni non avrebbero ammesso.

- Nel suo libro scrive “Amo i donatori perché senza di loro non esisterebbe l’ematologia, senza di loro molte malattie ematologiche non sarebbero curabili e tante persone sarebbero lasciate al loro destino infausto”. Inviti le persone, soprattutto ai giovani, a donare il sangue.

Io l’invito a donare lo faccio con grande carica perché il sangue, soprattutto nelle grandi città, anche del nord, manca. Il sangue non basta mai. Io dico sempre che basterebbe che un donatore ne portasse un altro per risolvere il problema. Io non sono mai riuscito a fare questa che chiamo la catena della felicità. Donate il sangue perché non fa male e salverete una vita umana.

- La sua dedizione all’ematologia lo ha tenuto spesso lontano da casa e dalla sua famiglia. Se dovesse dare un giudizio al Franco papà e marito, che voto si darebbe?

Darei un voto basso perché molto spesso ho messo i miei pazienti davanti ai miei cari. Ho perso la mia prima moglie per una malattia terribile e non le sono stato vicino come volevo. Anche per mio figlio sono stato poco presente, e mi dispiace. Ho sempre in mente che forse avrei potuto fare di più, ma questi sono discorsi che si fanno sempre dopo, mai prima. E infine, un grosso rimpianto ce l’ho anche pensando a tutti quei pazienti che non ce l’hanno fatta. Non li dimenticherò mai.

- Il suo libro s’intitola “Ho sognato un mondo senza cancro”. Potremmo un giorno scriverne un altro e titolarlo “Ho vissuto in  un mondo senza cancro”?

Il cancro purtroppo ci sarà ma io spero che arriverà il momento in cui la maggioranza dei pazienti verrà curata, come viene curato quello con la broncopolmonite o con la tonsillite.

Fabrizio Giona

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Una risposta a Ho sognato un mondo senza cancro: intervista al prof Mandelli

  1. avatar
    Fabrizio Giona 17/02/2011 a 18:24

    Un ringraziamento particolare al Professsor Mandelli per la sua disponibilità, all’Ufficio Stampa dell’AIL, nella persona della Dottoressa Emanuela Zocaro, e soprattutto al Rotaract Club di Latina, nella persona dell’Avvocato Adele Morelli.

    Ricordo che l’incontro in questione è stato organizzato dall’AIL (sezione di Latina) e dal Rotaract Latina nell’ambito del progetto di Club “Lotta alle Leucemie”, finalizzato alla raccolta fondi per l’acquisto di uno strumento di diagnostica per il Polo Specialistico di Onco-Ematologia dell’Ospedale Civile di Latina.

    Fabrizio Giona

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