‘Hate speech’: la discriminazione attraverso i social network

Milano –  Lo hate speech è un modo di parlare offensivo basato sulle discriminazioni in genere. Nato nell’ambito della giustizia americana per specificare determinate perifrasi dirette a esprimere odio o intolleranza nei confronti di una persona o di un gruppo, è stato tradotto in italiano col significato specifico di ´incitamento all’odio`. Condannato quando esplicito (discriminazione razzista o sessuale nelle scuole, per esempio), si scontra con la libertà di parola, principio fondamentale di qualsivoglia democrazia, sui social network.

Dal momento che, per il Web, non esistono regole internazionali in materia di libertà di espressione, il problema risulta a dir poco paradossale, soprattutto considerando che su Facebook, per esempio, vengono scritti circa due miliardi di messaggi al giorno. Come si fa a controllarli tutti? I dirigenti di Facebook  hanno assegnato a uno specifico team il compito di decidere cosa lasciar passare e cosa condannare. Youtube, invece, condanna esplicitamente ogni riferimento allo hate speech. Ancora, su Twitter non compare affatto il concetto di hate speech, eccetto in una nota, nella quale si legge che le offese verbali contro un candidato politico in campagna elettorale non sono considerata hate speech.

Negli Stati Uniti è stata condotta una ricerca sui contenuti esplicitamente hate speech su Twitter. Lo studio si è svolto nel periodo che va da giugno 2012 ad aprile 2013: è emerso che, su un campione di 150 mila tweet, la maggioranza di parole offensive verteva sulle discriminazioni razziali e sulle offese alle persone disabili. Il maggior numero di parole discriminanti analizzate sono state: negro, clandestino e storpio.

Il problema principale è che lo hate speech si presta a molteplici interpretazioni e ogni Paese è libero di condannarlo o meno, data la mancanza di una normativa internazionale in materia. In Italia, per esempio, si potrebbe considerare hate speech ciò che è stato scritto sul profilo Facebook del leghista Matteo Salvini nei confronti del ministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge?

Mariangela Campo

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Una risposta a ‘Hate speech’: la discriminazione attraverso i social network

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    Mario Valdes 14/05/2013 a 21:17

    Since Cecile Kyenge is being touted as Italy’s first black government minister, it is all too obvious that despite our PBS Frontline website being the most comprehensive on this still otherwise verboten subject of Florentine history, the media remains blissfully ignorant of Alessandro de’ Medici.

    http://www.pbs.org/wgbh/pages/frontline/shows/secret/famous/medici.html

    As the first Duke of Florence and, therefore, the first black head of state in modern Western history, he is also the ancestor of at least two Imperial Hapsburg Archdukes and a rather impressive roster of still highly influential European dynastic families.

    From the line of Hubert Salvatore, Archduke of Austria, for instance, the present day Princes of Liechtenstein and those of Baden also descend. Because of how this last example is related to the British Royal Family, which, of course, is the most popularly known to the rest of the world today, perhaps it might help if I pointed out that Prince Philip’s nephew is Prince Maximilian Andreas of Baden whose wife is the Austrian Archduchess, Valerie, Hubert’s daughter.

    It is this genealogical information and the reason, after all, for the obscurity to which Alessandro de’ Medici has been relegated by so many historians that would make his story such an unimaginably important and useful one, not only for Dr. Kyenge in her capacity as Minister of Integration but for the rest of the world, as well.

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