Presente, passato e futuro del conflitto israelo-palestinese

L'estensione dei territori israeliani e arabi nella Palestina storica. Attualmente nel territorio della Striscia di Gaza - lunga circa 40 km e larga una decina - vive, in condizioni inaccettabili, più di un milione e mezzo di persone

Roma – Presente. Il 14 novembre è iniziata l’ennesima offensiva israeliana in territorio palestinese: l’Operazione Pilastro di Sicurezza sembra l’ultimo episodio di un prevedibile sceneggiato. L’operazione è iniziata con l’uccisione di Ahmed al-Jabari, il capo supremo di Ezzedin al-Kassam, il braccio militare di Hamas, nonché mente dietro al rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, tra le cause degli scontri a Gaza e in Libano del 2006.

«L’escalation israeliana modificherà enormemente la stabilità e la sicurezza dell’intera regione», ha dichiarato il ministro degli Esteri egiziano Kamel Amr, mentre i Fratelli musulmani – da cui nasce Hamas – d’altra parte, accusano  Netanyahu di voler sfruttare l’offensiva su Gaza in vista delle elezioni che si terranno a gennaio.

Mentre le vittime palestinesi crescevano, la Comunità internazionale è rimasta pressoché indifferente alla vicenda, forse lieta che fosse subentrato un argomento capace di distogliere l’attenzione dei media dalla crisi siriana, temporaneamente caduta nel dimenticatoio. Lo stesso può dirsi delle Nazioni Unite, ancora una volta incapaci di prendere una precisa posizione che possa servire a una risoluzione del conflitto.

La tregua – secondo gli accordi Israele dovrebbe cessare gli attacchi contro Gaza, accantonando il piano di invasione via terra, e di rimando i palestinesi dovrebbero cessare il lancio di razzi e gli attacchi alle frontiere – non è una vittoria, ma l’ennesimo stallo che più volte i palestinesi hanno “subito”. Ma oggi la situazione è ancora più complicata del passato, viste le lotte intestine al mondo arabo.

Passato. Egizi, filistei, romani, ebrei, bizantini sono alcuni dei popoli che hanno conquistato e perso – e riconquistato e riperso – la Palestina nel corso dei secoli, modificandone confini e assetto, ma ormai da parecchio tempo l’invasore è Israele.

La disputa tra ebrei e arabi per il territorio storicamente noto come Palestina nasce nel 1896, quando Theodor Herzl – il giornalista ebreo ungherese a cui si deve la nascita del movimento sionista, creato insieme a Max Nordau – pubblica Der Judenstaat (Lo stato Ebraico) un pamphlet in cui si propugna l’idea della creazione di uno Stato che offrisse agli ebrei riparo dall’antisemitismo da sempre radicato in Europa: «Solo nella terra degli avi promessa da Dio, gli Ebrei potranno sentirsi uguali a tutti gli altri popoli e non essere discriminati».

Il Sionismo è quindi alla base dell’ondata migratoria che interessa la Palestinaa partire dalla fine dell’Ottocento, ma per costituire un nuovo Stato è necessaria non solo la popolazione, ma anche un territorio, oltre al riconoscimento di una potenza mondiale che avalli il progetto.

È la Gran Bretagna– con mandato sulla Palestina dopo aver sconfitto l’impero Ottomano – a fornire appoggio al popolo eletto: nel 1917 la Dichiarazione Balfour annulla il precedente accordo con cui nel 1915 la Gran Bretagna aveva promesso la Palestina agli arabi, come controparte per l’aiuto contro l’impero Ottomano.

Se nel 1895 gli ebrei in Palestina sono circa 56 mila – l’8% della popolazione, a fronte del restante 92% di arabi – nel 1929 gli ebrei salgono a 170 mila, incremento dovuto soprattutto alle politiche inglesi tese a favorire l’immigrazione e a garantire terre agli ebrei.

Le leggi razziali e il Nazismo portano un gran flusso di ebrei in Palestina e la conseguente occupazione di terre che un tempo appartenevano agli arabi, così si giunge alla Grande rivolta araba che dura dal 1936 al 1939: il 19 aprile 1936 Hajji Amin al-Husayni, Mufti di Gerusalemme, fonda il Supremo Comitato Arabo e dichiara uno sciopero generale che si protrae per sei mesi. La rivolta viene repressa nel sangue nel 1939.

Le lotte continuano con in più l’entrata in scena di alcuni gruppi paramilitari israeliani che si macchiano  di diversi

Arafat, Peres e Rabin alla firma degli Accordi di Oslo del 1993. La pace finì dopo pochi mesi, anche a causa dell'assassinio di rabin

attentati contro la Gran Bretagna, tra cui il famoso attentato all’Hotel King David dove muoiono 91 persone, come rappresaglia per la temporanea chiusura inglese all’immigrazione ebraica, dovuta soprattutto a interessi petroliferi.

Nel 1947 la Gran Bretagna rinuncia al mandato sulla Palestina e l’Onu propone la risoluzione 181, il famoso Piano di partizione della Palestina che assegna il 56,5% del territorio agli ebrei – che sono circa 600 mila – e il 42,5% agli arabi, che sono il doppio: un milione 200 mila. Il piano è un fallimento: gli arabi rifiutano, ma l’Unscop – il comitato costituito appositamente dalle Nazioni Unite – coglie il punto focale della vicenda: «Due considerevoli gruppi, una popolazione araba con oltre 1.200.000 abitanti e una popolazione ebraica con oltre 600.000 abitanti con un’intensa aspirazione nazionale, sono diffusi attraverso un territorio che è arido, limitato, e povero di tutte le risorse essenziali. È stato pertanto relativamente facile concludere che finché entrambi i gruppi mantengono costanti le loro richieste è manifestamente impossibile in queste circostanze soddisfare interamente le richieste di entrambi i gruppi, mentre è indifendibile una scelta che accettasse la totalità delle richieste di un gruppo a spese dell’altro».

La distruzione del villaggio arabo di Dheir Yassin nel 1948 dà il via alla nakba – la catastrofe –  l’esodo e la dispersione degli arabi palestinesi.

Nel 1948 nasce lo Stato di Israele per proclamazione unilaterale. Egitto, Giordania, Siria e Iraq, coalizzati, dichiarano guerra a Israele: l’esercito israeliano – meglio armato e addestrato di quello della coalizione araba – non solo sconfigge il nemico, ma colpisce la popolazione civile araba.

L’anno successivo, quando la prima guerra arabo-israeliana volge al termine,  Israele possiede il 78% del territorio palestinese – agli arabi resta il 22%: la Striscia di Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme Est – ed espelle dai territori conquistati gran parte degli arabi. È questo il momento in cui nasce il problema dei profughi palestinesi in Libano e in Giordania, situazione che resta critica a lungo, nonostante la risoluzione 194 delle Nazioni Unite che stabilisce il diritto al rientro in patria dei profughi arabi.

Nel 1964 nacse l’Olp – Organizzazione per la liberazione della Palestina – e il movimento di resistenza Al Fatah con a capo Yasser Arafat.

La guerra dei sei giorni del 1967 contro Siria ed Egitto porta Israele al possesso di tutto il territorio palestinese, comprese le Alture del Golan, il deserto del Sinai e Gerusalemme Est.

Nello stesso anno l’Onu vota la risoluzione 242 che, per dirla con Chomsky, serve a creare una situazione di stallo: «Nonostante fosse stata deliberatamente formulata in modo vago nella speranza di ottenere l’adesione generale, vi sono pochi dubbi sul modo in cui la risoluzione venne interpretata dal Consiglio di sicurezza, compresi gli Stati Uniti: richiedeva una pace completa in cambio del completo ritiro israeliano, forse con qualche reciproco e minore aggiustamento. Che gli Stati Uniti sostenessero questo consenso internazionale emerge chiaramente dai documenti che sono stati divulgati, e in alcuni casi trapelati, compresa un importante ricostruzione del Dipartimento di Stato […]. La 242 non venne attuata. Nonostante tutti avessero firmato, gli stati arabi rifiutarono di accordare una pace completa e Israele rifiutò di ritirarsi completamente. Notate che la 242 è piattamente negazionista: non offre nulla ai palestinesi, che vengono contemplati solo in relazione al problema dei rifugiati».

Una prima svolta diplomatica si verifica con l’intervento del presidente egiziano Sadat che accetta la proposta di pace del mediatore delle Nazioni Unite Gunnar Jarring per una pace completa con Israele in cambio del ritiro israeliano dal territorio egiziano.

Nel 1974 Arafat – a capo dell’Olp che riunisce al suo interno tutti i movimenti di resistenza palestinesi – viene invitato all’Onu come rappresentante del popolo palestinese e chiede di costituire uno Stato indipendente palestinese nei Territori Occupati – Striscia di Gaza e Cisgiordania – con la medesima sovranità pretesa e ottenuta da Israele.

Nel giugno 1982 gli israeliani invadono il Libano per sgominare la resistenza palestinese che ha nel Paese dei cedri la sua roccaforte; ad agosto l’Olp firma il cessate il fuoco in cambio dell’incolumità per i civili palestinesi. Israele non manterrà gli accordi.

Nel 1987 inizia la Prima Intifada che si protrae fino al 1992: scioperi, disobbedienza civile, boicottaggio dei prodotti israeliani, manifestazioni, una mobilitazione non organizzata e pacifica che viene repressa nel sangue dagli israeliani.

Nel 1993 Arafat e Shimon Peres firmano gli Accordi di Oslo, alla presenza di Bill Clinton e Yitzhak Rabin, quegli accordi che valsero agli stessi Arafat, Peres e Rabin il premio Nobel per la Pace nel 1994. Gli Accordi prevedono una progressiva stabilizzazione della situazione, ma il processo di pace resiste solo pochi mesi, spegnendosi del tutto nel 1995, con la morte di Rabin, ucciso da un estremista ebreo.

L’incertezza e le violenze continuano fino al 2000, quando iniziano i negoziati di Camp David che però sono un fallimento: le condizioni per i palestinesi sono inaccettabili. A settembre dello stesso anno inizia la Seconda Intifada: a differenza della prima, questa volta gli scontri sono aperti e violenti e la repressione israeliana non si fa attendere. In questo contesto sempre più turbolento si radica  Hamas, il movimento di resistenza islamica nato a Gaza nel 1988.

Nel 2001 Ariel Sharon vince le elezioni e dà il via alla costruzione del muro di cemento armato alto otto metri e lungo 750 chilometri all’interno dei Territori Occupati; nel 2004 la Corte penale internazionale dell’Aja condannerà la costruzione del muro.

Nel 2004 Arafat muore in circostanze misteriose e gli succede Abu Mazen. Nel 2006 Hamas vince le elezioni legislative, ma Israele, Stati Uniti e Ue non riconoscono la vittoria perché Hamas è considerata un’organizzazione terroristica. Hamas e Fatah si scontrano quando Abu Mazen scioglie il governo guidato da Hamas. Le tensioni durano fino al 2007, quando le due parti arabe si spartiscono l’esiguo territorio non ancora sotto il controllo israeliano: Hamas prende la Striscia di Gaza e Fatah la Cisgiordania.

Dal 2004 si sono susseguite diverse operazioni e azioni dell’esercito israeliano – Operazione Arcobaleno nel 2004, Operazione Inverno Caldo e Operazione Piombo Fuso nel 2008 e 2009, l’incidente della Freedom Flotilla nel 2010 e, negli ultimi giorni, l’Operazione Pilastro di Sicurezza – che hanno reso la situazione sempre più difficile e imprevedibile.

Futuro. È difficile cercare di trovare il bandolo della matassa della questione arabo-palestinese, tra le certezze vi è la

Abu Mazen, successore di Arafat

supremazia militare ed economica di Israele, oltre alla sua credibilità a livello internazionale. Dall’altra parte i palestinesi – o meglio la loro lotta contro gli ebrei israeliani – sembrano essere la forza coesiva del mondo arabo, sempre più frammentato. È proprio l’unione contro il nemico sionista che riunisce Paesi arabi con tradizioni politiche molto diverse, si pensi all’Iran, all’Egitto, al Libano.

A ben guardare il conflitto israelo-palestinese assume sempre più i connotati di un conflitto tra il mondo Occidentale e quello Arabo, non a caso Israele intrattiene stretti legami strategici con gli Stati Uniti, da sempre interessati allo scacchiere mediorientale, soprattutto per controllarne le risorse.

Con la riconciliazione tra Hamas e Fatah – sancita grazie all’intervento dei servizi segreti egiziani – lo scenario è cambiato: «La nostra divisione serviva solo al nemico sionista» dichiarò nel 2011 il capo dell’ufficio politico di Hamas, ma non basta conciliare il ramo estremista e quello più laico per portare i palestinesi a ottenere un proprio Stato.

La soluzione più logica al problema sarebbe quella “due Stati per due popoli”, tuttavia le vicende geopolitiche difficilmente seguono la logica spicciola, ma solo quella dell’interesse. Fino a quando i palestinesi non riusciranno a trovare i fondi per finanziare un’offensiva in grado di piegare le forze israeliane, saranno sempre queste a detenere il potere, e l’appoggio dell’Iran – che invia armi agli arabi palestinesi grazie ad alcuni miliziani che attraversano il Sinai – non basta. Ma anche con adeguati mezzi economici la legittimità di uno Stato e di un governo palestinese sarebbe difficilmente riconosciuta: Hamas resta sempre un’organizzazione di stampo terrorista e, si sa, il “pericolo integralismo” – come quello Rosso durante la Guerra Fredda – è l’ennesima ottima scusa per sostenere Israele.

Francesca Penza

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