Guerra in Iraq: «Fregatene dei bambini»

Sembra la trama di un film, ma i racconti dei militari Usa sono purtroppo molto reali. E c’è chi non vuole tacere e paga con la clandestinità la divulgazione delle verità scomode intorno a questa guerra

di Sabina Sestu

Julian Assange

Julian Assange è un ricercato. Il delitto da lui commesso è la divulgazione di verità scomode. Verità che potrebbero mettere in crisi i rapporti diplomatici e sconvolgere gli equilibri geopolitici mondiali. Ad aver messo una taglia sulla testa di Assange è il Pentagono. Il giornalista australiano è il fondatore del sito http://wikileaks.org/, specializzato nella divulgazione di notizie “top-secret” e il suo informatore  sarebbe un giovane analista militare, Bradley Manning, che avrebbe scaricato le decine di migliaia di pagine di fascicoli riservati del Dipartimento di Stato. Tra le tante pagine pubblicate in Wikileaks, in cui si da voce anche ai protagonisti di questo film dell’horror, si parla di una cruenta giornata del luglio 2007.

«Mi sta prendendo in giro? Vuole che uccidiamo donne e bambini per le strade?», a porre questa domanda è stato uno dei protagonisti dell’eccidio che si è compiuto nella periferia di Baghdad, Ethan McCord. «È stata una carneficina assoluta – ha ricordato McCord accorso con la fanteria dopo il massacro – non avevo mai visto nessuno colpito da un calibro 30 prima di allora e francamente non ho voglia di vederlo ancora. Sembrava una scena irreale uscita da un brutto film horror di serie B. Quando questi proiettili ti colpiscono esplodono [...] ho visto persone con la testa spaccata in due, le interiora penzolanti fuori dal loro corpo e gli arti mancanti».

A compiere questo scempio sono stati due elicotteri Apache armati di tutto punto con l’obiettivo di uccidere chiunque si trovasse per strada, in modo totalmente indiscriminato. Era la nuova SOP (procedura operativa standard). «Smettila di preoccuparti di quei maledetti bambini e inizia a lavorare per la sicurezza», è l’ordine urlato dal capo plotone ad un soldato che aveva commesso “l’imperdonabile errore” di agire da uomo. «I soldati non sono droni senza testa – afferma oggi McCord con estrema sollecitudine – hanno sentimenti e provano emozioni. Non si può semplicemente farli uscire e fargli fare qualcosa senza dirgli: è per questo che lo stiamo facendo». L’attacco era stato pianificato per stanare terroristi, ma una volta a terra i soldati americani hanno trovato almeno 12 civili morti fra cui due giornalisti iracheni della Reuters.

«Ho sentito le grida di un bambino – ha continuato a raccontare McCord – non erano grida di agonia, era più il pianto di un bambino piccolo terrorizzato. Quando ho ispezionato il furgone ho visto una bambina piccola, circa tre o quattro anni. Aveva una ferita alla pancia e pezzi di vetro nei capelli e negli occhi. Accanto a lei c’era un ragazzo di circa sette o otto anni che aveva una ferita sul lato destro della testa. [...] Ho presunto che fosse morto, non si muoveva. Accanto a lui c’era il padre. Era curvo di lato, quasi in modo protettivo, come a voler fare scudo sui propri figli. E si capiva che era stato raggiunto da un calibro 30 in pieno petto».

«Ho pensato che fossero morti – ha proseguito Ethan – ma qualcosa mi ha detto di tornare indietro. In quel momento ho visto il ragazzo muoversi e respirare affannosamente. Così ho urlato: “Il ragazzo è vivo”. L’ho afferrato e cullato tra le mie braccia mentre gli ripetevo: “Non morire, non morire”. Dopo il soccorso e il salvataggio è giunto l’ordine perentorio di non pensare “a quei fottuti bambini” e, ancora, “non comportarti come una femminuccia ma come un soldato”». A tre anni di distanza da quel massacro Ethan McCord, ormai ex marine, è tornato a casa dai suoi due bambini e soffre di PTSD (disturbo post-traumatico da stress). Insieme al suo ex commilitone Josh Stieber ha scritto una lettera alla madre dei due bambini che ha salvato per chiederle scusa.

Ethan McCord

La donna, Ahlam Abdelhussein Tuman, di 33 anni, ha risposto: «Posso accettare le loro scuse, perché hanno salvato i miei figli e se non fosse per loro, forse i miei due bambini sarebbero morti». «Quando chiudo gli occhi vedo quello che è successo quel giorno e molti altri giorni come una proiezione di diapositive nella mia testa – racconta l’ex marine – quei fetori tornano da me. I pianti dei bambini tornano da me. La gente che guida questa grande macchina da guerra non ha a che fare con questo. Vivono nei loro palazzi da 36 milioni di dollari e dormono bene la notte». «Non si tratta di repubblicani o democratici, si tratta di soldi – ha concluso McCord – c’è qualcosa che giace sotto di essa [la guerra] per cui tanto i repubblicani quanto i democratici vogliono tenerci in Iraq e in Afghanistan».

In Islanda proprio in questi giorni si è votata una legge, promossa dallo stesso Assange, che tutela il giornalismo d’inchiesta e la pubblicazione anonima delle notizie considerate scomode. Speriamo che tale legge sia ampiamente condivisa e approvata dalla maggior parte dei paesi “civili”. Perché solo conoscendo la verità si può cambiare il mondo.

Foto via | www.nexuslex.files.wordpress.com; www.soldierwall.com

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2 Risponde a Guerra in Iraq: «Fregatene dei bambini»

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    Anonimo 26/06/2010 a 16:38

    Questo articolo è stato copiato da Peacereporter.net

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  2. avatar
    SabinaS 28/06/2010 a 12:26

    Questo articolo ha avuto come fonte Peacereporter.net, copiare è tutta un’altra cosa.

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