Greenpeace prosegue la battaglia contro Enel “killer del clima”

Roma – Prosegue la campagna d’informazione di Greenpeace contro la produzione di energia elettrica da centrali a carbone. Con il progetto Facciamo luce su Enel, l’associazione ambientalista protesta sulla volontà del colosso energetico di aumentare gli investimenti negli impianti a carbone.

Enel, principale azienda in Italia e seconda in Europa per produzione di energia elettrica, possiede 13 impianti a carbone sul suolo nazionale, per un totale di 26 milioni di tonnellate di carbone. La produzione di energia elettrica da carbone è aumentata, nell’ultimo anno, dal 34,1% al 41% e Enel afferma di voler investire nella costruzione di altri due impianti, Porto Tolle, in provincia di Rovigo, e Rossano Calabro, in provincia di Cosenza, con l’obiettivo di portare la produzione nazionale di energia elettrica proveniente da centrali a carbone, dal 14% al 20%.

Dal 2006 Greenpeace denuncia l’operato di Enel e la pericolosità della produzione di carbone per la salute umana, oltre che ambientale: «Enel scarica sulla collettività danni ambientali e sanitari per 700 milioni di euro e ne intasca una cifra simile in profitti extra», contesta Andrea Boraschi, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace.

I dati sui quali Greenpeace basa la sua denuncia sono comprovati dagli studi dell’Ipcc (Intergovermental panel on climate change), la commissione di studi delle Nazioni Unite sul riscaldamento globale.

I rapporti dell’Ipcc confermano infatti che le emissioni di gas nell’atmosfera, responsabili dell’effetto serra, potrebbero comportare, in un futuro non molto lontano, un aumento della temperatura terrestre tra 1,8 e 4 gradi centigradi, causando squilibri climatici non del tutto prevedibili, ma preannunciati dalle disastrose alluvioni di Genova e Messina nell’inverno 2011. Dello stesso avviso il premio Nobel per la chimica Paul Crutzen che, con il suo team di scienziati studia l’atmosfera e lo stato dell’Ozono: «I cambiamenti causati dall’uomo nella composizione dell’atmosfera e nella qualità dell’aria causano a livello globale due milioni di morti premature.».

L’intervento antropico, ovvero dell’uomo, sulla composizione dell’aria che respiriamo sarebbe letale, quindi, non solo per il futuro del pianeta, ma anche per la salute dei suoi abitanti.

Greenpeace stima, secondo dati del 2009, un totale di danni sanitari compreso fra 536 e 707 milioni di euro. Le stime dei costi si riferiscono sia al calcolo della mortalità in eccesso, sia ai costi degli “anni di vita persi”.

Nell’autunno del 2011 l’Agenzia Europea per l’Ambiente (Eea) ha pubblicato il rapporto Revealing the costs of air pollution from industrial facilities in Europe (rapporto sui costi dell’inquinamento ambientale derivante dagli stabilimenti industriali europei), nel quale vengono censiti i principali impianti industriali europei in termini di impatto sull’atmosfera valutando, in forma monetaria, il danno per la salute, l’ambiente e l’economia.

La centrale a carbone di Cerano (Brindisi), di proprietà dell’Enel, risulta al diciottesimo posto in Europa e al primo posto in Italia, per produzione di sostanze inquinanti e tossiche: polveri, metalli pesanti presenti nelle ceneri, ossidi di azoto e anidride solforosa.

Enel, dal canto suo, difende la propria politica aziendale, confermando il suo impegno nella produzione di energia da fonti rinnovabili: vento, sole, geotermia. I vertici dell’azienda – nella quale figura il ministero del Tesoro come azionista di maggioranza – parlano di Enel come società fra i maggiori produttori al mondo di energia da fonti rinnovabili: il 36% della sua capacità produttiva, per un totale di 35mila Watt su 97mila totali. Enel afferma inoltre che, proprio nella centrale brindisina, è in corso di sperimentazione una tecnica di «cattura dell’anidride carbonica», che permetterebbe in futuro di azzerare completamente questo tipo di emissione.

In risposta alla dura campagna di Greenpeace, nella quale Enel viene identificata come “killer del clima”, l’azienda si è appellata al Tribunale di Roma, con l’intenzione di bloccare la campagna e chiedendo all’associazione ambientalista oltre 1,6 milioni di euro di risarcimento per le azioni di protesta contro le centrali a carbone, dal 2006.

Il giudice qualche settimana fa ha rigettato la richiesta del colosso energetico, definendo la campagna Facciamo luce su Enel appropriata alla natura e all’importanza dei dati scientifici prodotti da Greenpeace, riguardo l’impatto del carbone sul clima e sulla salute umana.

Ma, se è vero che vincere una battaglia non è vincere la guerra, Greenpeace non si ferma e continua a chiedere l’apertura di un confronto con Enel, che porti all’eliminazione dei progetti per i nuovi impianti di Porto Tolle e Rossano Calabro; al mantenimento dei livelli attuali di produzione della centrale nel Sulcis, nel sud della Sardegna e a un programma di smantellamento della produzione di energia da carbone entro il 2030, con un maggiore investimento nelle energie rinnovabili.

                                                                                                                             Martina Greco

[youtube]http://youtu.be/-zcmxriwK9A[/youtube]

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