Green economy, Di Matteo (ISES Italia): “Non perdiamo il treno della rivoluzione verde”

Umberto Di Matteo, Presidente di ISES Italia, parla a Wakeupnews di mercato del lavoro ed opportunità di sviluppo correlate alla green economy. Con una certezza: non bisogna farsi sfuggire anche questa occasione

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Umberto Di Matteo, presidente ISES Italia

Quello che si sta chiudendo è stato un anno nero per l’economia, il quinto consecutivo di crisi, e l’unico segnale di cui ci si è accontentati per sperare in positivo è stato un PIL non in calo (ma neanche in crescita) per un trimestre. Alcuni esponenti del Governo e la stessa politica europea vedono nella green economy uno dei comparti su cui puntare per aiutare la ripresa. Se ciò è vero, in che termini potrebbe e dovrebbe avvenire?

Ne abbiamo parlato con Umberto Di Matteo, presidente di ISES Italia (International Solar Energy Society), che fornisce in primis una descrizione del sistema Paese:

«L’Italia – dice Di Matteo – ha sviluppato in questi ultimi decenni un patrimonio enorme di conoscenze e competenze nel campo delle green economy. Tale patrimonio, in seguito a una poco accorta politica di sostegno pubblico tramite incentivazione, rischia oggi di pagare dure conseguenze. Pensare di non finanziare più le energie rinnovabili costituirebbe un errore ancor più grave che il sistema Paese non può permettersi. È invece necessario traghettare gli incentivi verso misure di fiscalità ecologica, utilizzando le maggiori entrate per introdurre un sano sistema di promozione fiscale grazie a misure quali la deducibilità fiscale degli investimenti in eco-innovazione o riducendo il cuneo fiscale per le aziende che operano nella green economy. Per far ciò è importante, da un lato, evitare interventi normativi che possano minare la stabilità del sistema e/o ledere la fiducia degli operatori, dall’altro, occorre dar più voce alle forze sociali ed economiche che operano in concreto in questo comparto strategico per la nostra nazione».

Il dato occupazionale, in particolare tra i giovani, è tra quelli che più hanno segnato in negativo il 2013. Qual è la situazione nel campo delle fonti rinnovabili di energia nel nostro Paese?

Da un recente report sulla “Green Italy”, emerge che il 38% di tutte le assunzioni programmate nell’industria e nei servizi sono state assorbite in circa 300 mila aziende “green”. Con più di 200.000 assunzioni in un anno, i green job sono diventati protagonisti dell’innovazione, e si stima che andranno a coprire oltre il 60% di tutte le assunzioni destinate alle attività di ricerca e sviluppo delle nostre aziende. Questi segnali positivi si estendono anche nel campo dell’occupazione giovanile: è previsto che circa il 40% del totale delle assunzioni dei giovani sotto i 30 anni sarà effettuato dalle imprese – sia dell’industria sia dei servizi – che operano e investono nella green economy.

Se dovesse dare un consiglio ad un giovane italiano che si affaccia al mondo del lavoro o ad un operatore che vuole ampliare la sua sfera professionale, gli suggerirebbe di investire in “green economy” e nelle rinnovabili? In che modo e con quali percorsi?

«Certamente. Il mondo della green economy rappresenta in termini lavorativi il futuro. La transizione verso un’economia sostenibile non deve essere vista come direttamente collegata direttamente alle produzioni di energie rinnovabili o al riciclo dei materiali, piuttosto come a un fenomeno pervasivo dell’economia; tutti i settori di questa sono trasversalmente interessati dalla riduzione dei consumi energetici, dal contenimento delle emissioni climalteranti e da una politica di riduzione dei rifiuti. Le competenze richieste interessano dunque tutte le attività umane varia misura. Da ciò deriverà sia la necessità di introdurre nel mondo del lavoro nuove professionalità della green economy, sia la necessità di riqualificare o adeguare le abilità e le conoscenze delle professioni esistenti. In questo contesto suggerirei a chi si affaccia sul mercato e a chi già ci opera di adeguare in chiave “green” le proprie competenze e professionalità frequentando corsi di alta formazione nel campo delle rinnovabili. ISES Italia, dal canto suo, vuol fare la sua parte e ha lanciato per il 2014 un programma di corsi finalizzati alle tematiche della green economy».

Dal punto di vista della ricerca scientifica dedicata a questi temi che ruolo ricopre l’Italia nello scenario internazionale? 

GreenEconomy11«Il Sistema Italia non è indietro rispetto agli altri Paesi. Siamo ideatori, produttori ed esportatori di know-how tecnologico in chiave green: la geotermia italiana rappresenta una punta di eccellenza nel mondo, ma siamo avanti anche nel campo della produzione di biocarburanti. Il mondo della ricerca, con università, centri dedicati, industrie e attività di servizi, rappresenta un grande patrimonio di conoscenze e competenze che devono essere messe a sistema. Non dobbiamo però fare tardi e soprattutto non lasciarci sfuggire alcuni nostri gioielli della green economy, che per disattenzione o ritardi potrebbero investire su altri Paesi più competitivi e più rapidi. Si deve operare una scelta di campo nella politica industriale dell’Italia per non rischiare di perdere il treno della rivoluzione verde, così come abbiamo perso il treno dell’informatica negli anni ’70».

Se nelle cronache nazionali il comparto delle rinnovabili è descritto come una riserva potenziale di sviluppo per il sistema Paese, a livello locale, invece, sono molti i casi di contestazione a opere infrastrutturali strategiche, in questo come per altri settori. Alcuni la definiscono sindrome “Nimby” (not in my back yard, “non nel mio cortile” ndr). Di cosa si tratta e cosa sconta l’Italia in assenza di una chiara e definita cultura diffusa su questi temi?

«La sindrome Nimby non è altro che un atteggiamento di opposizione nei confronti della costruzione di opere nel proprio territorio. Questa tipo di contestazione non è necessariamente rivolta all’impianto in sé: infatti, molte volte gli oppositori non mettono in dubbio l’utilità dell’opera contestata, ma si limitano a chiedere che venga localizzata altrove. È proprio questa deriva che deve essere affrontata e risolta, mettendo in campo una buona comunicazione ambientale per spiegare i punti di forza e di debolezza per ciascuna opera. Oggi, però, assistiamo all’insorgere di proteste e di opposizioni locali anche per impianti che prevedono l’utilizzo di energie rinnovabili, come le centrali eoliche o quelle a biomasse. Su questi casi dobbiamo necessariamente continuare nella nostra azione di formazione e informazione soprattutto per fugare il timore delle possibili conseguenze derivanti dalla collocazione di un impianto vicino alla propria abitazione, timore che alle volte è accresciuto da aspetti solo emotivi e irrazionali».

Francesco Guarino
@fraguarino

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