“Grand Budapest Hotel”, Wes Anderson all’ennesima potenza – La recensione

Da domani nelle sale italiane il nuovo film di Wes Anderson, presentato all'ultimo Festival di Berlino, con un cast di stelle d'eccezione

Lo stile di un regista come Wes Anderson lo si riconosce, più o meno, dalle prime cinque inquadrature. All’interno di queste, inseriti in quadri perfettamente simmetrici e attraversati spesso da lunghe carrellate laterali, troviamo sempre personaggi un po’ strambi, poetici, sognatori, strampalati e alle prese con famiglie e avvenimenti strampalati tanto quanto loro. Il tutto condito da una fotografia dai toni giallo zafferano.

LA STORIAGrand Budapest Hotel, in uscita domani nelle nostre sale, è l’ottavo lungometraggio del regista americano (dopo il delizioso Moonrise Kingdom – Una fuga d’amore), presentato in apertura dell’ultimo Festival di Berlino e che vede la partecipazione di un cast quanto mai ricco di grandi nomi. Il film, dichiaratamente ispirato alle commedie degli anni ’30 e alle storie e memorie dello scrittore viennese Stefan Zweig, narra le avventure di Gustave H (Ralph Fiennes), leggendario concierge di un lussuoso e famoso albergo europeo, il “Grand Budapest” appunto, e del “lobby boy” Zero Moustafa (l’esordiente Tony Revolori), un fattorino che diviene il suo più fidato amico. Per una serie di casi fortuiti, i due si ritroveranno immischiati nel furto e poi nel recupero di un celebre dipinto rinascimentale, in una violenta battaglia per un’enorme fortuna di famiglia, e in una dolce storia d’amore. Nel cast, molti attori che hanno già collaborato con Anderson nelle sue precedenti pellicole: Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Bill Murray, Edward Norton e gli immancabili Jason Schwartzman e Owen Wilson, ai quali si aggiungono Tilda SwintonHarvey Keitel, Jude Law i francesi Mathieu Amalric (visto recentemente in Venere in Pelliccia di Roman Polanski) e Léa Seydoux (protagonista del bellissimo La Vita di Adele).

Il cast del film

Il cast del film

IL PETER PAN DEL CINEMAGrand Budapest Hotel è, da un punto di vista visivo e di contenuto, un Wes Anderson all’ennesima potenza. Il regista texano non nasconde nemmeno per un minuto il suo inesauribile genio e la sua sfacciata voglia di mescolare i generi, di divertirsi a creare mondi a metà tra il sogno e la realtà e di popolarli usando un gigantesco pot-pourri di attori feticcio. L’intento è chiaro sin da subito, basti guardare la struttura narrativa del film: un perfetto meccanismo di scatole cinesi continuamente incastrate tra loro, che trasportano lo spettatore, con l’uso di ellissi temporali delle diverse epoche vissute dal Grand Hotel e dalla cittadina immaginaria di Zubrowka, attraverso le (dis)avventure dell’inguaribile romantico e letterato concierge Monsier Gustave H., interpretato da un memorabile Ralph Fiennes. Neanche stavolta Anderson dimentica di aggiungere alla sua tela narrativa perfettamente armonica e tessuta con maestria quel senso di malinconia un po’ naïf che da sempre contraddistingue le sue pellicole, mascherato stavolta dai continui e frettolosi spostamenti dei suoi protagonisti (e della macchina da presa con essi), la cui storia ricorda un po’ l’atmosfera mista di mistero e comicità della Pantera Rosa.

DANNATO FINALE – Anderson si diverte talmente tanto a far correre qua e là i suoi personaggi, però, che una volta dispiegato l’imponente filo narrativo lanciato, si ritrova a doverlo raggomitolare in fretta, facendo perdere smalto, attraverso un finale alquanto deludente, a un film che coinvolge e diverte con gusto per buoni tre quarti di proiezione. Una pecca che si può in parte perdonare al regista texano, impegnato oramai in un evidente processo di maturazione che, speriamo, lo porterà lontano dal mondo dei cortometraggi realizzati per le case di moda (si vedano i corti realizzati per Prada, Candy e Castello Cavalcanti, quest’ultimo presentato in anteprima al Festival di Roma dello scorso anno) e di nuovo vicino a quella libertà narrativa e registica che ci ha regalato opere memorabili come I Tenenbaum, Il treno per il Darjeeling e Fantastic Mr. Fox.

Grand Budapest Hotel resta comunque un film che dimostra la grande capacità di questo fantasioso e inimitabile regista di raccontare storie al limite del sogno e trasportare lo spettatore in luoghi ai quali, una volta terminata la proiezione, si vuole a tutti i costi ritornare.

David Di Benedetti

@davidibenedetti

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