Governo Monti: ora il Cav benedice il Prof. E’ nato il “BerlusMonti”?

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Mario Monti, Silvio Berlusconi

Roma – Le vie della politica sono variopinte. In Italia sono addirittura caleidoscopiche. A volte capita persino che l’ex premier, costretto alle dimissioni, e il premier in carica che di quelle dimissioni è il risultato, si scambino carinerie tramite intervista arrivando ad una inaspettata e sostanziale identità di vedute. Un po’ sospetta, a dire il vero, per l’incredibile coincidenza temporale ma verosimilmente genuina.

Spread – Ieri, il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha dichiarato quanto segue a Repubblica TV: ‹‹Credo si sia esagerato ad usare lo spread nei confronti del mio predecessore e si esagera quando scende per commentare il lavoro del successore››. Sempre ieri così parlò Silvio Berlusconi al Financial Times: ‹‹Mi sono dimesso a novembre per l’ossessiva campagna mediatica nazionale e straniera che ha accusato me e il mio governo per l’alto spread››.

Finanza a parte, i toni delle due interviste sono continuati con modi e parole similari: Monti ha elogiato l’operato del proprio Esecutivo ribadendo l’urgenza di riformare il Lavoro, abolire l’art. 18 e abbattere il “buonismo sociale” che ha inibito l’investimento di capitali nazionali e stranieri in Patria. Berlusconi, dal canto suo,  ha esaltato il premier, benedicendo il Governo e incoronando il premier suo degno successore, concludendo poi la mattinata con un pranzo, pare, segreto al Quirinale con Monti, Napolitano e Letta.

Dinanzi alle inattese nozze, i media di centrodestra si sono rabboniti nei riguardi di Monti, quelli di centrosinistra hanno preferito discorrere di ghiaccioli e palle di neve, mentre quelli di centro glissano, attendendo i prossimi sviluppi. Stili diversi per dire la stessa cosa: “Non ce lo attendavamo ma sarà interessante capire dove porterà questo abbraccio”. Vero. Come, d’altronde, è curioso capire il perché di tanta comunanza che pare abbia già prodotto una figliolanza che qualcuno ha ribattezzato con un nome evocativo, “BerlusMonti”.

BerlusMonti – Che i due uomini simpatizzino è un fatto. Monti è un gentleman in lauden pronto alla conciliazione; Berlusconi è un piacione poco incline al rancore. Le riforme liberali dell’uno garbano all’altro; l’allungamento dell’età pensionabile e le tasse imposte dall’uno le avrebbe volute anche il secondo se, nel farlo, non avesse rischiato la forca leghista e la rivoluzione di piazza. Sulla “monotonia del posto fisso” si strizzano l’occhio. I due si capiscono, non c’è dubbio, ma la sintonia non è solo personale. C’è una solido ragionamento politico alla basa di tanta partecipazione. Un puzzle  di pezzi che se giustamente incastrati potrebbero assicurare a Monti certezza di arrivare a fine mandato e al Pdl di riguadagnare, previe nuove alleanze, il posto di leadership a Monteciptorio.

Lavoro&Co.  – Abolire l’art. 18 non significa riformare il mondo del Lavoro, questo è chiaro. Per quello occorrono misure strutturali molto più incisive e costose della rimozione di un articolotto. Tuttavia, il Pdl tiene al provvedimento per soddisfare le esigenze del proprio elettorato. Bene, dunque, che il ministro del Welfare, Elsa Fornero, sia pronta ad abbatterlo perché la decisione porterebbe la firma anche del Pdl. Di contro, l’Esecutivo ha un problema con la Giustizia: la responsabilità civile dei magistrati passata alla Camera e, ora, in discussione al Senato ha prodotto un caos tanto ingiustificato quanto sovversivo nel momento in cui un organo dello Stato rifiuta le decisioni del Parlamento. Roba che si potrebbe ascrivere sotto la voce “insurrezione”. Roba che andrebbe punita con precettazioni e cancellazioni dall’Ordine. Ma la Casta dei giudici non si tocca, si sa. E infatti, molto probabilmente, non si toccherà. L’accomodamento potrebbe essere il seguente: Monti porta avanti riforme liberali (cosa che per altro farebbe comunque) sotto il vessillo del Pdl e il partito frena sulla Giustizia. Un’intesa che soddisferebbe almeno nella forma, se non tutti, molti. Esclusi: la Lega, ferma all’opposizione e promotrice dell’emendamento-giustizia e il Pd il quale, ostaggio dei sindacati, delle correnti progressiste e degli scandali finanziari da cui salvar la faccia, non può garantire né attenzione né numeri al Governo.

Sfondo del quadretto c’è il processo più inconcludente della storia della magitratura: il caso Mills, prossimo alla prescrizione e pieno di evidenti incongruità. Malgrado ciò, la Corte ha fretta: vuole togliersi lo sfizio della sentenza di colpevolezza. Sarà per questo che il Cav. al Financial Times ha ribadito di non avere alcuna intenzione di ricandidarsi. Non sia mai che questo, unito all’abbraccio a Monti, basti a togliersi finalmente dai piedi gli ermellini scalmanati.

Chantal Cresta

Foto || sky24.it;

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