Governo Letta. Trema l’Esecutivo e la politica è fuori dalle Camere

Governo letta Matteo Renzi

Matteo Renzi

ROMA – Chissà se Enrico Letta inizia a realizzare il guado in cui si è infilato? A caccia di stabilità vera o presunta è passato dalle minacce di caduta Governo di Silvio Berlusconi intorno alla sua decadenza a quelle di Angelino Alfano e Matteo Renzi.

IL GOVERNO LETTA NEL DESERTO – Dalché lo scenario è il seguente: i principali leader di maggioranza e di opposizione sono fuori dal Parlamento. Beppe Grillo non c’è mai stato e non desidera entrarvi; Berlusconi voleva restarci ma senza presenziarvi; Renzi vorrebbe entrarvi, prima o poi vi entrerà ma fretta non ne ha; meglio stare fuori a logorare Letta con richieste di riforme che richiederebbero 20 anni per essere attuate, figurarsi un anno.

Su tutti Giorgio Napolitano che di quell’Esecutivo sotto scacco e ricatto è l’artefice come lo fu anche del precedente, così come del loro fallimento politico conseguente, ma di cui lui non risponderà né politicamente né personalmente, perché in Costituzione non è previsto e comunque lui in Parlamento non ci va.

LA FILASTROCCA – Sembra una filastrocca per bambini, peccato che la Vispa Teresa sia il primo ministro e il regno dell’assurdo siano le istituzioni governative svuotate di valore e piuttosto deserte di figure chiave al momento. E ancora non è il meglio. Quello lo si raggiungerà allorquando uno dei leader traslocherà nuovamente, continuando l’attività politica dietro le sbarre di una galera. Cosa che probabilmente accadrà poche ore prima del voto alle prossime urne, tanto per rispettare l’amore delle procure per il colpo di scena.

L’INSTABILE – Ma questo succederà più avanti. Adesso non resta che soppesare la nuova instabilità del Governo. Dice Letta, con il benestare del Colle che ora non può che continuare a governare una barca ingovernabile: l’Esecutivo sarà sottoposto ad un nuovo voto di fiducia dopo l’8 dicembre, ovvero dopo l’elezione del segretario Pd. Sta bene, solo che se l’Esecutivo aspetta il segretario si ammanetta alla sorte del Partito democratico e delle sue alterne fortune dopo l’arrivo di Matteo Renzi, di cui, peraltro, ammetterà il predominio. Tanto più che il sindaco non pare avere intenzione di dosare le misure né con il Governo Letta né con il partito. D’altronde non può permetterselo: se non rivolta il Pd come un calzino facendosi leader indiscusso, sarà questo a liquidarlo in un baleno.

L’ALIBI DELLE RIFORME – Qui entra in scena Napolitano: la scelta del voto di fiducia dopo l’8 dicembre è motivata dalla carica che Renzi ricoprirà allora. Pensa il Quirinale: in qualità di segretario, il sindaco farà votare sì ai suoi, esponendosi e

governo letta prev - formiche net

Enrico Letta (formiche.it)

rendendosi responsabile della vita dell’Esecutivo anche in seguito. Vero. Solo che Renzi fesso non è e mette le mani avanti: ci sarà appoggio – sostiene il pupo d’oro – solo se in un anno saranno varate le seguenti riforme. Udite udite: abolizione degli enti inutili, azzeramento del Senato, riforma del titolo V (enti locali), riforma elettorale, riforma del lavoro, ridimensionamento del ruolo dei sindacati, investimenti sulla scuola, immigrazione e diritti in previsione del semestre europeo. Avesse chiesto la luna, Letta e Napolitano si troverebbero in una situazione meno scomoda.

Al punto tocca ad Alfano, il quale non solo sente il lungo fiato di Renzi e di Berlusconi, rigorosamente fuori dai Palazzi, sul collo ma è costretto pure a mettere Letta in ulteriore difficoltà con altre richieste per contrastare l’avanzata del fiorentino già in piena campagna elettorale laddove il Nuovo centrodestra esiste in quanto parte dell’Esecutivo a cui deve il proprio potere contrattale. Nulla di più. Espone Gaetano Quagliariello (Ncd) che delle riforme è niente meno che ministro: via con la riformulazione della giustizia civile nonché le modifiche costituzionali per l’elezione diretta del Capo dello Stato. La stessa carica per cui Grillo – nella figura dell’attuale presidente – dal suo recente V-Day a Genova, davanti a 40 mila persone, sostiene ancora di volere chiedere l’impeachment prima di rispolverare il tema anti europeista del referendum sull’euro e ricordare che in Parlamento «non c’è più niente da sfasciare». E in questo non sbaglia.

Il tutto accade – si diceva – fuori dalle Camere e dentro l’Esecutivo. Rigorosamente. E Letta è sempre più solo.

Chantal Cresta

Foto || formiche.it

 

 

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