Governo Gentiloni. Il caos del rimpasto per sostituire Renzi

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni (Wikipedia.org)

Roma – Mancano ormai persino le definizioni: il Governo di Paolo Gentiloni, neo premier per forza del destino e congiunzione di pianeti, che roba è? Dopo il Governo tecnico di Monti-Napolitano, quello istituzionale di Letta-Napolitano, quello del colpo di mano di Renzi-Napolitano-poco-convinto, Gentiloni come si inquadra posto che sempre da sinistra è calato e di quella è l’ennesima esternazione del suo caos. Forse governo di scopo, poi vai a capire scopo per cosa e per chi?

RENZI C’E’ MA NON SI VEDE – Se s’à da fare la legge elettorale o s’à da tenere calda la poltrona per un Renzi diviso dalla necessità di mantenere la parola – dimettersi – per non perdere la faccia, e l’urgenza di sconfessarla prima che il Partito democratico gliela fagociti. Dopotutto le buone abitudini – liquidare i propri leader – a certe latitudini politiche non si perdono mai.

Dopodiché si parlava per bocca del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di orchestrare rapidamente un Esecutivo di rimpiazzo nel pieno delle funzioni. Ci si ritrova invece a fare i conti con una nuova variante del buon vecchio rimpasto di governo laddove poco cambia rispetto alla dirigenza precedente, salvo Renzi il quale c’è  ma non c’è. Governa ancora, ma per interposta persona. Sembra una barzelletta, invece è la sinistra.

QUELLI CHE NON CHIEDONO MAI – Dall’altra parte ci sono i machi - Lega, Fratelli d’Italia e Movimento 5 stelle – quelli che non appoggiano, non sostengono, non si avvicinano e scendono in piazza a mostrare nevi tesi e muscoli sodi. Sono vincitori, dicono i media, che vuoi che facciano se non premere per andare ad incassare in voti quello che hanno speso in campagne elettorali. Giusto.

Peccato che per votare serve una legge, per una legge serve un Governo, per un Governo che faccia una legge elettorale compiuta servirebbe il più ampio consenso sul merito del testo, non su chi lo vara, perché non è vero che non c’è una legge. Al massimo ce ne sono troppe: Italicum, Consultellum, Mattarellum redivivo. Si va dal puro proporzionale al maggioritario fai da te. E non è vero che la Corte Costituzionale può decidere di modificare o stiracchiare l’Italicum fino al Senato perché non spetta alla Consulta legiferare né le tocca ricordare al Parlamento che il bicameralismo non implica – come si è detto per tanto tempo ben prima che Renzi si desse alla politica – che le Aule sono l’una la fotocopia dell’altra. Non lo sono. Hanno funzioni, ragioni  e basi elettive diverse.

Sarebbe pure opportuno tenere a mente che fare i capricci, si tratti di Renzi che non se ne vuole andare o dell’opposizione che non vuol restare neppure per un incontro formale con  il quarto nominato in pochi anni presidente del Consiglio, non esautora nessuno dal dover prendere in considerazione il merito della questione.

PARLAMENTARI SENZA UN PERCHE’ – Votare con il Consultellum significa ammettere, senza neppure troppe giustificazioni, che il Parlamento non serve a nulla e i partiti ancora meno dalché il voto assume lo stesso valore di una passeggiata al mare di craxiana memoria. Davvero meglio l’aria fresca a questo punto.

Qualcuno lo dica ai super maschi alfa del momento, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, i quali dalla sconfitta del referendum insistono, il primo a sostenere che ogni legge elettorale va bene purchessia e il secondo a parlare di Consulta pensando all’Italicum, entrambi puntando allo stesso elettorato: attenzione, non si gioca senza le regole del gioco e si gioca malissimo con una gamba legata se le regole che lo prevedono le hanno stabilite arbitri che in campo non scendono mai.

Siamo al terzo – terzo – governo non eletto in meno di un lustro; vediamo se è possibile non averne un quarto in un lustro pieno.

Chantal Cresta

 

 

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