Gli Oblivion a Napoli: quanto è rara la risata intelligente

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Gli Oblivion, fino a domenica 24 marzo al teatro Bellini di Napoli

Sul talento degli Oblivion si è già detto e scritto tanto nel recente passato. È bene sapere che se ne continuerà a scrivere anche in futuro: al teatro Bellini di Napoli da martedì 19 fino a domenica 24 con Oblivion Show 2.0 – il sussidiario, regia di Gioele Dix, i cinque ex membri dell’Accademia di Musical di Bologna non hanno deluso le aspettative, confermando l’estro e la comicità “intelligente” del primo Oblivion Show.

La macchina da scena non cambia di molto: palco essenziale, arredo minimalista e polivalente da cui i cinque attingono ora per i costumi, ora per rimodulare in poche mosse l’interfaccia con il pubblico. Alle loro spalle un pannello a retroproiezione, anch’esso già visto nel primo Oblivion show, che agisce sia da sfondo interattivo dello spettacolo, sia da “sesto attore”. Una sorta di alter ego multimediale: polivalente, sagace, provocatorio («E ora un numero che non ha bisogno di presentazioni… 69… ed ora spiegate ai vostri figli perché state ridendo»).

Gli Oblivion non dimenticano la chiave web del proprio successo, aprendo la performance con l’ultimo tormentone su youtube Tutti quanti voglion fare yoga e chiudendo con il cavallo di battaglia I promessi sposi in 10 minuti, supportato da un montaggio dei video dei fan che, nel corso degli anni, hanno riproposto le proprie interpretazioni della rilettura in chiave musicomica del romanzo manzoniano.

Nel mezzo ce n’è per tutti, in ironia e pentagramma: dagli estremisti di destra, che ricordano di quanto si stava bene quando c’era “lui” ma al contempo dimenticano il caso Matteotti ed altri orrori, ai radical chic di sinistra, a cui non va bene nulla a prescindere, a patto che emerga il proprio rigoroso distacco. Immancabili le improbabili sfide canore in cui il mash-up assurge a livelli paradossali: le musiche dei Queen su testi di Gianni Morandi, la rilettura di Zucchero in chiave papale (Ratzinger, prontamente “corretto” in Bergoglio), la reinterpretazione di Ramazzotti in sardo. Straordinarie alcune pillole di genio. Una su tutte: in scena le due voci femminili Graziana Borciani e Federica Folloni. Una è la vocalist, l’altra è la consonant. Dopo la risata iniziale del pubblico, canteranno alternandosi – l’una solo le vocali, l’altra solo le consonanti – fino a ricomporre l’intera canzone. Ironia e talento.

L’unica nota stonata, forse, è l’aver riproposto qualche sketch di troppo già visto nel primo spettacolo: i boy-scout alle prese con le canzoni interrotte a suon di cazzotti, Ancora di De Crescenzo e Io amo di Leali magistralmente mimate da Davide Calabrese, I promessi sposi in 10 minuti (su cui gli stessi Oblivion glissano dal maxischermo: “Volete I promessi sposi in 10 minuti? Che palle…“). Ma nota stonata lo è probabilmente solo per chi ha già avuto la fortuna di conoscere i cinque polivalenti artisti. Che hanno un merito raro ed innegabile: aver spinto giù dal palco la battuta facile e volgarotta e portato alla ribalta il lavoro di ricerca testuale e musicale che sta alle spalle di un sorriso. Quel lavoro in grado di strappare non la risata immediata e sguaiata, ma quella “di seconda battuta”. Quella che arriva un attimo dopo, ma che dura più a lungo. Ed allora onore alla risata intelligente degli Oblivion.

Quegli sketch riproposti li riguarderemo di buon grado come se fossero l’evergreen della rockstar teatrale. Ma solo a patto che nell’Oblivion show 3.0 siano in grado di continuare a stupirci.

Francesco Guarino
@fraguarino

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