Gli indignados e la crisi della democrazia

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Lev Tolstoj

Roma - Agli inizi del ‘900, quando per molti la democrazia era solo una parola, per alcuni un sogno, e solo per pochi una realtà, in parte ancora sconosciuta, il grande Lev Tolstoj parlava di essa come di un “inganno”.

Affermava lo scrittore russo che nelle democrazie rappresentative il popolo, scegliendo i suoi rappresentanti mediante un “complesso sistema d’elezione”, crede di autogovernarsi, ma in realtà non governa e mentre –  grazie al diritto di voto – si illude di vivere in un regime di libertà, è invece schiavo degli eletti e delle loro scelte. Ciò che Toltoj metteva in discussione della democrazia era la sua capacità di rappresentare realmente il popolo, tanto piu quando “gli uomini eletti approvano leggi e governano il popolo non in vista di ciò che è bene per esso, ma lasciandosi giudare dall’intento di mantenere salda la propria posizione di privilegio e il proprio potere”.

A distanza di più di cent’ anni oggi, da molte piazze d’Europa si alzano le grida di milioni di giovani che chiedono un lavoro ed un futuro, che pretendono maggiore partecipazione nella vita politica, che parlano di democrazia diretta e che non credono più, ormai, in questo tipo di sistema politico.
Le manifestazioni che da primavera stanno scuotendo gran parte del mondo occidentale hanno tutte un comune denominatore: la sfiducia nella rappresentanza.

Perche se la crisi economica preoccupa, oltre agli istituti finanziari ciò che indigna è, soprattutto nel caso italiano, anche l’atteggiamento della classe politica, per molti incapace di gestire la complessità dei problemi, ma attenta invece a salvare i suoi privilegi e a difendere i propri interessi. E quando i rappresentati non si riconoscono più nei rappresentanti, la democrazia entra in crisi.

Napoletani scrive ne Il contagio che la disoccupazione, il carovita e persino la crisi dell’euro fanno “solo da cornice alla protesta che investe ciò che effettivamente strangola l’economia: il malgoverno”.

È anche contro questo che da Madrid sono partite le prime proteste, che a Londra, da una piccola scintilla, è nato il fuoco della rivolta contro “il terrificante declino degli standard in uso nell’élite governativa del Paese” (così il politologo Peter Oborne sul Daily Telegraph) ; è per questo che Atene ancora piange ed è per non piangere che Roma, a fatica, sta provando a rialzarsi.

Dopo le amministrative e il referendum di giugno, quel milione e 200 mila firme consegnate per l’abrogazione del Porcellum sono un altro segno del “nostro risveglio collettivo” (così Michele Ainis) e della voglia di tornare a scegliere, attraverso la partecipazione, veri rappresentanti e non più “delegati che elegeranno a loro volta o senza alcun criterio dei candidati sconosciuti – diceva profeticamente Tolstoj – o i propri rappresentanti secondo personali interessi”. E ciò in questo momento significa ben più di una semplice “facoltà di scelta”.

La tentazione oggi è quella di buttar via tutto, rappresentanti e rappresentanza, senza valutare ciò che invece è da salvare. Il principio della rappresentanza trova infatti la sua ragione nell’impossibilità, data dall’estensione territoriale, che la gestione della res publica venga effettuata direttamente dal popolo.

Il punto non è tornare ad un’improbabile democrazia diretta, cioè non mediata (come era la polis ateniese del 500 a.C.), ma avere degli strumenti politici che rendano la democrazia di oggi più partecipativa (ne è un esempio la Costituzione svizzera), più trasparente e più seria e responsabile nei suoi interpreti.

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Camera

Perché come ricorda Antonio Sciortino “la moralità della democrazia rappresentativa non sta solo nel programma dei partiti, ma soprattutto nelle persone messe in lista”, che oggi invece di essere espressione del popolo, ne sono invece distanti per ricchezza, privilegi, stili di vita, onestà e coerenza.

Per questo la facoltà di scelta dei rappresentanti di cui forse ci riapproprieremo sarà un evento importante, perché scegliere persone “pulite”, competenti, serie ed attente al bene pubblico, è il primo passo per tornare ad avere fiducia nella politica, è un modo per parteciparvi più attivamente ed un mezzo per salvare questa democrazia. Affinché la rappresentanza non sia un inganno, ma una verità.

Tommaso Tavormina

 

 

Foto || ospitiweb.indire.it; wikipedia.org; rischiocalcolato.it

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