Gli anni ’60? Irripetibili!

 

Piero Manzoni, Achrome, 1958

ROMA – Gli irripetibili anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano. Questo il titolo della mostra che delizierà l’estate romana, sia che la si viva da turista in vacanza, sia per coloro che nella capitale vivono e lavorano ogni giorno. Delizia perché si tratta di un’esposizione di notevole ampiezza e respiro, capace di andare anche oltre il rapporto tra due città – Roma e Milano – per aprirsi una piccola breccia verso l’Europa, uno spiraglio capace nella sua esiguità di mostrare quanto quella stagione fu per la scena artistica nazionale una vera rivoluzione. Irripetibile, appunto.

Fu il critico d’arte Gillo Dorfles a coniare questa definizione e nessun aggettivo ancora oggi, dopo circa mezzo secolo, restituisce meglio l’immagine di un decennio che ha portato un vento di rinnovamento nelle idee, nel costume, nella cultura artistica e letteraria, nella musica, nel cinema. Incubatori delle ricerche e delle sperimentazioni di quel periodo furono soprattutto Milano e Roma: la prima in preda ad una rapida crescita economica, finanziaria e industriale; la seconda ancora animata da quella ‘Dolce vita’ nata nel corso del decennio precedente.

Nel dialogo tra le due si giocano i destini artistici di un paese, l’Italia, che dopo quella fervida stagione ha iniziato un’involuzione che per molti non è mai finita.

Come ha bene illustrato il curatore, Luca Massimo Barbero, ogni periodo d’oro, compresi i ’60, inizia almeno qualche anno prima, per questo la prima sezione dell’allestimento è rivolta a chiarire quelle che furono le esperienze più significative sullo scorcio degli anni ’50, quando artisti come Lucio Fontana, Yves Klein, Alexander Calder, Piero Manzoni o Franz Kline fecero tabula rasa di tutto quanto era stato prima. Con le grandi tele monocrome di Klein, i celebri Concetti spaziali di Fontana o le Plastiche e le Combustioni di Alberto Burri, come un colpo di spugna si tornò ad un livello zero nella ricerca creativa e si aprirono strade prima impensabili.

La scultura di Christo esposta in mostra

Tra queste a dominare il decennio successivo fu un nuovo e diverso recupero dell’oggetto, della figuratività, con il Nouveau Réalisme e la Pop Art. Attorno a questi due nuclei si gioca la seconda sezione della mostra, con il trionfo del colore nei famosi manifesti stracciati di Mimmo Rotella e Jacques Villeglé, ma anche del ciclo Tuttestelle di Mario Schifano, del Michelangelo di Tano Festa, o dell’opera scultorea di Christo formata da una catasta di barili variamente dipinti.

La nuova idea di scultura espressa dall’artista statunitense, autore anche dei famosi ‘imballaggi’ tra cui quello del monumento di Vittorio Emanuele II a Milano, apre alla terza sezione dove le opere chiave sono appunto scultoree: la Colonna vertebrale di Emilio Scanavino e la Struttura pulsante di Gianni Colombo. Il respiro si fa davvero internazionale, perché il dialogo Roma-Milano si nutre dello scambio della città lombarda con realtà come quella di Londra e New York: ecco quindi artisti come David Hockney, Richard Hamilton e Joseph Beuys, voci creative ‘straniere’ mentre sulla scena nazionale la lingua è quella del Gruppo T e della cosiddetta arte programmata, di Piero Dorazio, Gastone Novelli, Dadamaino, Pino Pascali.

Materiali, segni e figure è il titolo della quarta sezione, dove appare chiaro l’intrecciarsi della ricerca figurativa con quella più largamente visiva, in cui il riconosciuto legame inscindibile tra l’immagine, la parola e il segno conduce ad esperienze come quella di Emilio Isgrò in Volkswagen, quadro verbovisuale perfetto contraltare della poesia visuale delle contemporanee avanguardie letterarie, in prima linea il Gruppo 63. Che i due ambiti, ricerca visiva e ricerca linguistica, siano inseparabili ed intimamente connessi lo dimostra la presenza di un collage di Nanni Balestrini, famoso più come poeta e scrittore e membro appunto del Gruppo 63.

 

Manifesto originale della mostra di Mario Schifano allo Studio Marconi nel 1968

Trait d’union di questo percorso sono quelle gallerie d’arte che, a Roma come a Milano dalla metà degli anni ’50 ai primi ’70, offrirono a tutti gli artisti rappresentati in mostra non solo vetrine verso il pubblico e la critica, ma stimoli creativi e di scambio reciproco. Dalla milanese Galleria Apollinaire di Guido Le Noci alla romana La Tartaruga di Plinio De Martiis, molteplici furono i luoghi in cui presero vita e corpo gli irripetibili Sessanta, anche se tra tutti è stato lo Studio Marconi, nato nel capoluogo lombardo nel 1965, il cuore pulsante di quella stagione.

Non è un caso che molte opere provengano proprio dalla Fondazione che oggi è erede della galleria di Giorgio Marconi, che un’intera sala sia un omaggio a quella realtà culturale e che nel bookshop Arion del museo, dove da tempo trova spazio un angolo librario vintage con rarità bibliografiche, volumi fuori catalogo e curiosità artistiche sempre in tema con l’esposizione in corso, trovino ampio spazio alcuni storici cataloghi dello Studio Marconi e alcune locandine originali.

Fino al 31 luglio, al Museo Fondazione Roma, gli anni ’60 non sono poi del tutto irripetibili.

 

Laura Dabbene

 

Gli irripetibili anni ’60. Un dialogo tra Roma e Milano

10 maggio – 31 luglio 2011

Roma, Museo Fondazione Roma, via del Corso 320

Orario: martedì-domenica 10-20

Costo biglietti comprensivo di audioguida
Intero € 10,00
Ridotto € 8,00
Scuole € 4,50

 

Foto via: cartella stampa Arthemisia; www.maremagnum.com

 

 

 

 

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