Gli ‘alberghi diffusi’ che riportano in vita borghi abbandonati

Sono “un po’ casa e un po’ albergo”, lontani dall’approccio talvolta freddo e impersonale di un hotel, ma al tempo stesso in grado di fornire tutti i confort di un servizio alberghiero: sono gli alberghi diffusi.

Si tratta di strutture ricettive ricavate da edifici già esistenti e restaurati attraverso le più attente tecniche conservative. Un modello di ospitalità sui generis, dove antichi borghi, cascine, piccoli centri storici semi spopolati, case rurali in disuso trovano nuova vita riscoprendo una vocazione turistica che non genera impatti ambientali: per realizzare gli alberghi diffusi, infatti, non sono necessarie nuove costruzioni o interventi urbanistici che potrebbero alterare il paesaggio circostante. Semplicemente, si recupera il patrimonio architettonico già presente. E si offre agli ospiti un’occasione impagabile per vivere un’esperienza di compenetrazione con  il territorio visitato.

Il termine “diffuso” sta ad indicare la presenza di una struttura orizzontale, contrapposta a quella verticale di tanti alberghi tradizionali che si sviluppano, appunto, in altezza, alla stregua dei condomini. Le camere o appartamenti delle strutture diffuse sono infatti dislocati in edifici diversi, pur rimanendo all’interno dello stesso nucleo urbano. Distano non oltre 200 metri dal “cuore” dell’albergo diffuso, ossia lo stabile nel quale si trovano la reception, gli ambienti comuni, l’area ristoro.

Oltre all’originalità di questo modello alberghiero, quello che attende il turista è anche un’esperienza di vita un po’ insolita: la possibilità, cioè, di immergersi nei colori, nei sapori e profumi del piccolo centro storico di un paese o di un borgo medievale, lasciandosi quasi cullare dalla calda ospitalità della comunità residente, desiderosa di far conoscere le tradizioni del posto, le produzioni artigianali, i piatti tipici meno noti. È come sentirsi un po’ di casa, insomma.

Questa forma di ospitalità nasce e si afferma per intuizione di un docente di marketing turistico, Giancarlo Dall’Ara, anche se trova le sue origini in Carnia, nel 1982. In quell’anno, in virtù di una legge regionale nata per salvaguardare il patrimonio ambientale e storico del territorio lacerato dal terremoto del 1976, prende vita il Progetto Sauris, grazie al quale Sauris, piccolo paesino friulano che contava ormai pochissimi abitanti, risorge, recuperando l’edificato esistente e trasformandosi nel primo albergo diffuso d’Italia. Un’idea vincente, tanto che questa forma di ricettività è stata formalizzata in seguito da Dall’Ara, ricevendo, negli anni, diversi riconoscimenti, tra cui il WTM Global Award, a Londra nel 2010.

alberghi diffusiOggi, in tutta Italia si contano più di 60 strutture diffuse, che hanno permesso di recuperare tanti borghi che diversamente sarebbero stato destinati allo spopolamento. Ciascuna realtà ha un suo sapore e una sua personalità: c’è l’albergo di Ortignano Raggiolo, in Toscana, dove la ristrutturazione degli alloggi ha rispettato le caratteristiche tipiche dell’architettura del luogo, con l’impiego di pietra, legno e mattoni a vista. C’è quello di Orosei, in Sardegna, nato dal recupero di antiche dimore storiche e tipici edifici a corte. L’albergo diffuso di Castel Porrona, tra le colline Senesi dell’alta Maremma e le pendici del Monte Amiata. Mentre a Colle d’Anchise, in Molise, il cuore dell’albergo diffuso è stato ricavato dalla ristrutturazione di un mulino ad acqua risalente al Settecento.

In definitiva, soggiornare in un albergo diffuso offre al viaggiatore più attento e consapevole la possibilità di visitare località fuori dalle rotte consuete e più battute, con la soddisfazione di farlo in punta di piedi, sapendo che il richiamo turistico dei luoghi non ha comportato la distruzione dell’habitat con nuovo edificato, né l’alterazione del paesaggio circostante.

Valeria Nervegna

Foto | architetturasostenibile.it / alberghidiffusi.it

 

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