Gli abbracci spezzati, la storia di un amore perduto e riabbracciato

Pedro Almodòvar torna nelle sale italiane con il suo film più lungo e costoso che, tra omaggi ed esperimenti cinematografici, scava nel passato tormentato di un regista cieco per disegnare un inquietante e appassionato affresco delle relazioni umane

di Daniela Dioguardi

Locandina

Locandina

Chiunque si dica intenzionato a imbattersi nel nuovo film di Pedro Almòdovar non può negare di esserne attratto, oltre che dalla celebre firma, dal titolo intenso e terribile tanto quanto dalla panoramica lunga, lenta, annunciata dal trailer del film. Su quel tappeto di immagini fotografiche ridotte a brandelli, i momenti più significativi della travolgente storia d’amore fra Mateo (Lluìs Homar) e Lena (Penelope Cruz).

L’irreparabilità suggerita dalle foto strappate non è che il substrato esistenziale del protagonista del film, un uomo, un artista che è solito identificarsi attraverso due nomi: quello anagrafico, Mateo Blanco, con cui firma le pellicole da regista e uno pseudonimo, Harry Caine, che invece utilizza per i lavori prettamente letterari,  principalmente soggetti e sceneggiature.

Nel 1994 la vita di Mateo subisce un svolta irreversibile: un tragico incidente d’auto gli porta via, in un solo colpo, la vista e l’amatissima Lena. Da questo momento in poi Mateo deciderà di riconoscersi solo nel nome di Harry Caine, l’acclamato e ricercatissimo sceneggiatore, poiché Mateo Blanco è morto lì, a Lanzarote,  insieme ai suoi occhi, e alla sua donna.

Tutta la dolorosa vicenda, sepolta a colpi di negazione e censure, torna prepotentemente a galla ben quattordici anni dopo quando una serie di circostanze (prima fra tutte la possibilità di dialogare con Diego (Tamar Novas), figlio della sua fida assistente Judit (Blanca Portillo) e convalescente dopo un piccolo incidente) costringeranno Harry a ricordare, ricostruire e risanare.

Andranno, così, a innestarsi nella narrazione una serie di flashback illuminanti del passato di Harry: si scoprirà, allora, di un triangolo amoroso tenuto in piedi con violenza, di un uomo corrotto, possessivo e spietato, di un figlio manipolato e represso in cerca di vendetta, di una donna gelosa e divorata dai sensi di colpa. E di un amore bruciante, folle, costretto alla clandestinità e drasticamente mutilato.

Pedro Amòdovar, dopo tre anni dal dolce e introspettivo Volver,  torna a esplorare l’universo relazionale umano nei suoi risvolti più intimi, passionali e patologici con un’opera importante in cui si mescolano sapientemente commedia e mèlo con lievi richiami al genere giallo.

Una scena del film
Una scena del film

Vera colonna portante della pellicola, sia dal punto di vista stilistico che contenutistico, è il cinema: generosi sono, infatti, gli omaggi cinefili (si pensi alla scena che ritrae alcune sequenze di Viaggio in Italia di Roberto Rossellini a corredare uno dei momenti più poetici del film, girato al golfo di Famara) e ampio e rilevante spazio viene dato, con risultati godibili, agli esperimenti metacinematografici.

Sebbene scevro da difetti “grammaticali” sul piano della regia e della scrittura Gli abbracci spezzati non riesce a produrre quel dirompente impatto emotivo che ha caratterizzato alcune delle precedenti opere almodovariane, in grado di commuovere sinceramente lo spettatore, di spiazzarlo sul piano dei sentimenti. Questo soprattutto perché le vecchie ferite aperte, da cui scaturisce tutta la vicenda filmica, finiscono per essere rimarginate con una semplice e meccanica operazione di recupero della memoria che tale rimane, senza di fatto aprire a nuovi orizzonti e significati.

Gli affezionati fans dell’acclamato cineasta spagnolo saranno comunque soddisfatti nel constatare la riproposizione di alcuni elementi tipici della produzione almodovariana: scenografie dai colori accesi e sfavillanti, bizzarri personaggi omosessuali, dialoghi brillanti, tacchi a spillo, donne rocciose e matronali. E poi lei e soltanto lei, con la sua bravura spiazzante, la musa madrilena, sensuale ed elegante, straordinaria e vincente, Penelope Cruz.

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6 Risponde a Gli abbracci spezzati, la storia di un amore perduto e riabbracciato

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    marina 20/11/2009 a 17:47

    Lo guardo di sicuro….. ;)

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    Chiara Campanella 20/11/2009 a 18:09

    a me è piaciuto molto! non è come gli ultimi film di Almòdovar, ma è bello

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    anonima 20/11/2009 a 21:35

    bellissimo film complimenti !!

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    Sergio Magaldi 22/11/2009 a 12:05

    L’ultimo film di Pedro Almodóvar, Los abrazos rotos, Gli abbracci spezzati, ha il pregio di mettere in evidenza l’importanza del montaggio nella finzione cinematografica, tanto da rendere evidente come il successo o meno di un film dipenda dall’abilità con cui si ricompongono tra loro, in sintesi armonica, le scene girate. Non diversamente funziona la vita: Jean Paul Sartre diceva che è solo con la morte che l’esistenza si muta in destino, nel duplice senso che l’uomo è libero delle proprie scelte finché vive, ma che ogni storia personale si colora di senso solo a partire dalla scena finale, allorché il “nastro” dell’esistenza viene per così dire riavvolto all’indietro, ricostruendo la vita secondo i significati che un determinato artefice ha inteso assegnarle. Trattasi, naturalmente di artefice umano, perché “la trama” di un eventuale artefice divino non siamo in grado di cogliere.
    A ciegas, alla cieca, è stato montato il film che il regista Mateo Blanco, interpretato da Lluis Homar, ha girato grazie al denaro del ricco e vecchio Ernesto Martel (José Luis Gomez), improvvisatosi produttore per soddisfare il desiderio di recitare da parte di Lena, la sua giovane amante (una Penélope Cruz sempre brava e splendida, ma più cinica e fredda del solito, secondo quanto richiede il suo ruolo). E il film di Blanco viene montato “alla cieca”, ma col preciso intento di sabotarlo, da parte del produttore allorché egli scopre il tradimento dell’amante e la fuga di Lena e Mateo sulle spiagge di Lanzarote. Complice del sabotaggio è Judit, la donna con cui Blanco ha avuto una fugace avventura, che ha tuttavia lasciato tracce profonde nella vita di entrambi.
    Un tragico incidente cambia completamente le carte in tavola: divenuto cieco, Mateo Blanco che ormai si ritiene morto rispetto al passato, muta il suo nome in quello di Harry Caine e detta, in virtù del prestigio acquisito nella “precedente esistenza”, soggetti, romanzi e sceneggiature. Lo assistono in qualità di agente “tuttofare” Judit (una Blanca Portillo che conferma la notevole interpretazione di Augustina in Volver), e Diego (Tamar Novas), il figlio di lei. Entrambi assumono improvvisamente una funzione catartica, quanto annunciata, nella vita di Mateo Blanco alias Harry Caine. Judit ha conservato una copia delle scene del film girato da Mateo, sottraendola al materiale prima utilizzato per sabotare, poi distrutto dal fuoco. Diego, entrato in rapporto sempre più confidenziale con Mateo, scopre in un cassetto frammenti di foto strappate di Mateo con Lena. Così, il film potrà essere nuovamente montato e le fotografie della storia d’amore ricomposte, saldando l’esistenza di Mateo Blanco con quella di Harry Caine e dandole un senso che prima non aveva.
    Come in Volver (2006), dunque, famiglia e “fuoco purificatore” sembrano le uniche vie di salvezza, ma di Volver, il film non raggiunge il patos né l’abilità narrativa e stilistica e talora appare persino noioso. Resta la testimonianza della cifra artistica di Almodóvar, capace come sempre di “scherzare” col cinema e con la vita, al ritmo di una zambra andalusa: A ciegas, di Quintero, León e Quiroga del 1953, che alla fine del film riecheggia a lungo nel canto di Miguel Poveda:

    “Yo muchas noches sentía /Cercano ya el día /Tu pasos en la sala. /Gracias a Dios que has llegato/Que no te ha pasado/Ninguna cosa mala.

    En tu manos un aroma/Que transminaba como el clavel,/Pero yo lo echaba a broma/Porque era esclava de tu querer./ « Que me he entretenido…/ Las cosas del juego » /Y yo te decía cerrando los ojos/Lo mismo que un ciego:

    No tienes que darme cuentas/A ciegas yo te he creído, /Yo voy por el mundo a tientas/Desde que te he conocido. /Llevo una venda en los ojos/ Como pintan a la fe/ No hay dolor como esta gloria/De estar creyendo sin ver. /Mi corazón no me engaňa/Ya tu caritad se entrega/Duerme tranquillo sentraňa/Que te estoy quierendo a ciegas (…)

    SERGIO MAGALDI

    (DAL BLOG: http://zibaldone-sergio.blogspot.com/ )

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    federico ruffinotti 22/11/2009 a 16:33

    credo sia il peggior film che io abbia visto al cinema da che ho memoria.

    cito solo una frase, detta da un regista cieco:

    perchè i film bisogna sempre finirli…. anche se alla cieca.

    cilegina finale su una gigantesca torta di pacchianate, frasi fuori contesto, recitazione agghiacciante, dialoghi raccapriccianti, scene insulse, rivelazioni gratuite e fini a sè stesse, storia debole e chi più ne ha più ne metta.

    ci sarebbe da scrivere duecento righe di stroncatura per questo film ma mi fermo qua che è meglio.

    il fatto che sia un film di Almodovar non dovrebbe far perdere completamente lo spirito critico.

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  6. avatar
    Sandro 23/11/2009 a 08:29

    Credevo avesse toccato il fondo con Volver qualche anno fa e invece è riuscito a fare di peggio.

    Ho chiuso con Almodovar, cioè con quel che ne resta.

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