Giornata dell’infanzia: la Convenzione fatica a spegnere le candeline

La Convenzione sui Diritti dell’Infanzia compie 20 anni, ma è davvero maggiorenne?

di Serafina Cascitelli

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Swaziland - Inaugurazione clinica Mais Onlus

E’ il documento più ratificato al mondo, mancano solo due Paesi: Stati Uniti e Somalia. C’è da stupirsi che lo Stato che si vanta di prendere l’incarico di proteggere ed esportare la democrazia e la libertà non abbia ancora firmato la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia. L’inghippo è forse da individuare tra le leggi sulla pena di morte e l’età in cui si diventa maggiorenni, che per la Convenzione è 18 anni, ma negli Stati Uniti si diventa grandi a 16 anni.

Un ventennio da festeggiare? Pare di no. Impossibile dar torto ai duri rimproveri di associazioni come Unicef Italia, Save the Children, Action Aid, Mais onlus, per nominarne solo alcune. I regali di questo ventesimo compleanno: richiami al nostro governo per i tagli alla Cooperazione, per un Garante nazionale dell’Infanzia mai davvero istituito, un Piano Nazionale d’azione per l’Infanzia che non risponde all’appello, fermo ormai al 2004, senza dimenticare il mancato rifinanziamento al fondo per la lotta contro l’AIDS.

Molto di cui preoccuparsi, insomma e ben poco da festeggiare. Eppure in 20 anni la Convenzione ha segnato un profondo cambiamento della visione dell’infanzia, trasformazione da cui è impossibile tornare indietro. Era la prima volta, 20 novembre 1989, che si sanciva un nuovo modo di rapportarsi ai bambini: non più solo oggetto di tutela, ma soprattutto soggetti di diritto; ancora per la prima volta in quella data venivano stabiliti diritti riconosciuti ai piccoli sul piano internazionale: 54 articoli con valore di legge che vanno dal diritto alla salute all’istruzione gratuita e obbligatoria, ai concetti veramente nuovi di diritto alla privacy del bambino e alla libera espressione.

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Johannesburg: il suburbio di Soweto

Con l’aggiunta dei protocolli opzionali che si concentrano in particolare su due aspetti molto delicati e ancora purtroppo troppo attuali: i minori arruolati nei conflitti armati e i bambini coinvolti nei giri della prostituzione e della pornografia e le vittime di traffico illegale. In questi vent’anni si è potuto registrare un dato estremamente importante: finalmente il numero annuo dei decessi dei bambini al di sotto dei 5 anni è sceso sotto i 10 milioni, quando nel 1990 si parlava di oltre 12 milioni di morti. Il tasso di mortalità al di sotto dei 5 anni è uno degli indicatori determinanti per stabilire se un Paese sta andando avanti o sta tornando indietro, poiché sono evidenti le relazioni tra la morte di un bambino non ancora autosufficiente e la povertà o la diseducazione della sua famiglia e l’accessibilità nel suo paese alla sanità, all’istruzione e al cibo.

L’Italia è ormai scesa agli ultimi posti tra i Paesi donatori, sembra proprio a causa delle scelte politiche di questo governo. Non è solo colpa quindi di questa ultima crisi mondiale che indubbiamente si rivela essere stata molto dura e aggravata dall’oscillamento dei prezzi della benzina e del cibo. La crisi espone sempre di più al rischio povertà e malnutrizione e al lavoro prima del tempo e chi ne subisce maggiormente le conseguenze sono i bambini e gli adolescenti, poiché il 45% della popolazione mondiale è rappresentato da individui al di sotto dei 25 anni.

I cambiamenti climatici accentuano questa situazione di incertezza e scarsità delle risorse, causando delle competizioni e dei conflitti tra Paesi, che finiranno col mettere a repentaglio i diritti fondamentali degli adulti quanto dei bambini. Tutto si aggrava quando si parla di risorse limitate e discriminazione di genere: il fardello di essere donne sarà sempre più pesante, perché in una famiglia povera ci si occuperà di istruire sempre prima il figlio maschio, poi se avanzano i soldi anche le sue sorelle.

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