Giorgio De Chirico: l’influenza “dépaysagiste” sull’arte del XX secolo

Ritorna a casa il maestro della pittura metafisica in un percorso espositivo che inserisce alcuni suoi capolavori nel contesto internazionale

di Natalia Radicchio

 

L'enigma di un pomeriggio d'autunno (foto via siamodonne.it)

Firenze – Guardare il mondo con altri occhi: questa fu la prima ‘visione’ metafisica che il giovane Giorgio De Chirico ebbe mentre osservava, in un viaggio del 1909 a Firenze, Piazza Santa Croce seduto su una panchina. Ecco perché la mostra fiorentina De Chirico, Max Ernst, Magritte, Balthus – Uno sguardo nell’invisibile riporta a casa il principale esponente della corrente artistica denominata pittura metafisica, proponendo i suoi capolavori del periodo metafisico (1909-1919), e le opere di quegli artisti che a lui si ispirarono fino a molto dopo il 1909, anno in cui De Chirico dipinse L’Enigma di un pomeriggio d’autunno.

In linea con lo spirito della pittura metafisica, dal 26 febbraio al 18 luglio, Palazzo Strozzi offre un percorso non solo visivo, ma anche psicologico e introspettivo grazie ai pannelli esplicativi di Paolo Baldacci, curatore della mostra e massimo esperto di De Chirico, alle didascalie che coinvolgono le famiglie sui temi del sogno e della paura, e alla sala interattiva dedicata ai pittori Nathan e Balthus con speciali installazioni che approfondiscono alcuni aspetti della psicologia umana.

La mostra si apre proprio con L’Enigma di un pomeriggio d’autunno (1909), opera raffigurante la rivelazione del misterioso rapporto che c’è fra le cose come appaiono e il loro significato avuta dall’artista nella monumentale Piazza fiorentina: «Durante un chiaro pomeriggio d’autunno ero seduto su una panca in mezzo a piazza Santa Croce [...]. Ebbi allora la strana impressione di vedere tutte quelle cose per la prima volta. E la composizione del quadro apparve al mio spirito […]. Momento che tuttavia è un enigma per me, perché è inesplicabile».

De Chirico dipingeva seguendo solo «l’impulso di una visione intuitiva che giunge all’improvviso e come conseguenza di vari fattori», osserva Baldacci, e l’immagine risultante richiama e richiamerà sempre alla mente quella che gli aveva ha provocato la rivelazione.

Lo scopo dell’arte, dunque, non è per De Chirico dipingere ciò che si vede, ma far vedere ciò che non è possibile vedere, ovvero ciò che le cose significano, generando così suggestioni poetiche e inaspettate, nonché interrogativi profondi sul valore della realtà. Con questa riflessione De Chirico fu il principale ispiratore dei movimenti artistici Dada, Surrealismo, Nuova Oggettività che la mostra ci presenta attraverso le opere di Giorgio Morandi, Carlo Carrà, René Magritte, Max Ernst, Balthus ma anche Arturo Nathan, Pierre Roy, Alberto Savinio e Niklaus Stoecklin rappresentanti del Realismo Magico.

Nelle sue opere che mostrano figure solitarie e statue in piazze spazzate dal vento a Magritte pareva di vedere dipinto il pensiero. Attraverso i significati delle immagini, infatti, lo spettatore percepisce concetti filosofici quali l’immobilità del tempo e il mistero del mondo.

La figura del cavallo col paraocchi in L’enigma del cavallo (manifesto per la Galleria Paul Guillaume), del 1914, ricorda la pazzia del filosofo Nietzsche che a Torino si manifestò appunto con l’abbraccio a un cavallo di piazza, «allusione a quella estrema lucidità chiaroveggente che si raggiunge solo prima di precipitare nel buio», spiega Baldacci. Mentre le frecce o le mani nere puntate verso il basso (Composizione metafisica, 1914), aggiunge, «ammoniscono che il vero mistero non sta in cielo ma in terra, negli insensati giocattoli colorati del mondo, che per Eraclito era il “gioco di Zeus”».

Il trovatore (foto via palazzostrozzi.org)

L’iconografia del manichino, nella quale De Chirico rappresenta se stesso come artista veggente, mostra al posto degli occhi un incrocio di segni che stanno a indicare la seconda vista (Il trovatore, 1917), e spesso porta in grembo colorati oggetti della vita quotidiana, i “giocattoli del mondo”, o le rovine di una memoria collettiva.

L’influenza dell’arte di De Chirico su Carlo Carrà e Giorgio Morandi si ritrova nell’adozione degli stilemi e delle immagini, pur spogliati d’ogni simbolismo iconografico, da parte del primo (L’ovale delle apparizioni, 1918) e nell’affidamento alla dechirichiana precisione geometrica da parte del secondo (Natura morta, 1919). Marx Ernst, il massimo artista surrealista da un punto di vista concettuale (Edipo re, 1922), fonde invece lo spazio prospettico della metafisica alla tagliente lucidità dissacratoria del dadaismo. Mentre Magritte sviluppa il discorso concettuale sul valore delle immagini e sulla pluralità dei significati in maniera davvero singolare sovvertendo il concetto di realtà (La condizione umana, 1933).

Il “pittore di spaesamenti” più che di paesaggi, come De Chirico fu definito nel 1928 da Jean Cocteau, influenzò nei secondi anni ’20 anche Alberto Savinio, che inserisce in paesaggi alienanti figure familiari tratte da vecchie foto (Il sogno del poeta, 1927).

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