Gay. I giornalisti si mettono all’indice: decalogo del non dire omosessuale

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Roma – L’ultima frontiera del politically correct riguarda l’omosessualità: non deve essere detta. Citata sì. Discussa pure. Girotondata in tavolate di opinionisti d’antan in cerca di fama, anche. Resa principale notizia di cronaca, analisi e approfondimento di tg, paginata cartacea e Web è dovere. Ma non deve essere detta.

Solo così si può raccontare il seminario ‘Orgoglio e pregiudizi’ dello scorso 16 ottobre a Roma, promosso da Giornalisti Redattore Sociale, l’Ordine dei Giornalisti e il sindacato Fnsi, tutti insieme a prendere per oro colato il nuovo decalogo del non dire quando si parla di omosessualità. Un avvincente elenco di espressioni giudicate dal relatore, giornalista e scrittore, Claudio Rossi Marcelli, «vizietti» in cui cadono i redattori. Velate allusioni attraverso la scelta di parole o inappropriate o maliziose, comunque sempre scorrette perché parlare di omosessuali è tema la cui semantica deve esulare dal linguaggio comune ad ogni costo e sprezzo del ridicolo. Roba da fare dimenticare quel «clandestino» censurato dal vocabolario dei giornalisti per suggerimento e volontà della onnipresente presidente della Camera, Laura Boldrini, perché è insulto. Perché chi arriva in Italia contro legge, privo di documenti, residenza, lavoro regolare, magari delinque, è «rifugiato», «immigrato», «migrante», «profugo», «persona» e via con le delicatezze verbali per non chiamare le cose con il loro nome. Sicché non si chiamano e allora parlarne diventa un gioco di prestigio. Tutto per far felici quelli che mettono la “a” ad «assessora» e sentono di aver compiuto causa giusta per la parità uomo-donna. Le perle dalla nuova consapevolezza giornalistica gay-frandly:

Outing – Non si può dire. E’ offesa. Spiega Marcelli: outing significa rivelare l’omosessualità di qualcuno con sottointeso intento di «sputtanamento». La definizione corretta è Coming out. E sia. Basta solo capire perché outing dovrebbe automaticamente implicare lo sberleffo. Dice la bistrattatissima Wikipedia, che non sarà un tempio di sapienza ma qualche nozione la offre, che l’outing era la pratica americana di screditare pubblicamente i personaggi politici sbandierandone l’omosessualità alla fine degli anni ’90. Solo che l’Italia non sono gli Usa, gli anni ’90 sono passati da un pezzo, la percezione dell’omosessualità nel tessuto sociale – cretini esclusi – è ormai divenuto fatto comune e oltre a coming out l’inglese accetta anche outing oneself. Abbreviazione, outing. Sarà sfuggito all’Ordine del Giornalisti.

Lesbica – Vietato l’uso perché sostiene Marcelli: «La parola lesbica è usato sia come definizione che insulto». Peggio che mai le alternative «al limite del pornografico». Niente meno. Gli esempi: «tenero bacio lesbo» e «saffico» utilizzato per «far pensare ai costumi lascivi dell’antica Grecia». E vai a capire perché in Grecia i costumi dovessero essere lascivi quand’anche fosse stato un male che lo fossero 2000 anni fa. Qui ci si confonde e si stravolge il senso di quel che fu con ciò che si crede fu, il tutto condito con facilonerie moralistiche. Sarebbe, a questo punto, gradito avere l’opinione delle donne della strada sulla questione: sono o meno convinte che definirsi lesbiche sia un’offesa? Se sì, allora vai a capire le signore che si radunano ai gay pride, esibendo le loro preferenze sessuali come ragione d’orgoglio. Se no, allora non si capisce perché la parola non debba essere pronunciata dai media.

Mamma – Occhio che qui si sfiora il grottesco. Mamma è termine lecito perché indica il ruolo genitoriale. Madre è bandito perché è termine biologico. Sicché ora è chiaro che una mamma gay non può essere anche madre dei propri figi. Geniale. Se lo scopo è l’equiparazione dei generi e delle nature, il risultato è una catastrofe.

Comunità gay e Famiglia gay – Il primo è abusato. E’ termine che include forzosamente persone provenienti da ambiti diversi. Anche il mondo gay è elemento che non esiste. Qui si deve distinguere tra il mondo delle associazioni gay che si occupano di diritti dei gay nonché del loro riconoscimento giuridico e i gay, altra entità indistinta.

In quel riconoscimento giuridico dovrebbe cadere la famiglia gay, al cui sostantivo però non si può aggiungere l’aggettivo perché potenzialmente discriminatorio in quanto ricade anche sui bambini. Dunque meglio famiglia e basta. Un affascinante contorcimento lessicale per dire che il bimbo che proviene da famiglia omo può subire un danno emotivo venendo accomunato ai genitori.

Fidanzato – Qui si scomoda il compianto Lucio Dalla. Spiega Marcelli: quando il cantante morì, per definire il suo «compagno», Marco Alemanno, si usarono le più varie espressioni – è l’analisi del giornalista – per non turbare i sonni dei fan e delle anime più sensibili: «Si è usato di tutto dal più stretto collaboratore ad amico intimo, amico vicinissimo, la persona che gli è stata più vicino negli ultimi anni». Un vero scempio, solo per non proferire il lemma «fidanzato». Scandaloso se non fosse che poi lo stesso Marcelli, si risponde da solo: «Il problema è che Lucio Dalla non aveva mai definito la sua relazione, e la stampa non si è sentita di fare outing in un momento doloroso. E’ un caso che ha fatto scuola». Vero. Ne ha fatta così tanta che sarà il caso di chiarirsi: posto che lo scopo delle notizie non è di inventare ma di approfondire, se Dalla mai definì la relazione per i media perché i media avrebbero dovuto farlo motu proprio alla sua morte? Che utilità avrebbe avuto giacché di verificato non c’era nulla? Tanto più che ci si contraddice senza speranza: o outing è pratica scorretta o non lo è? Basta decidersi.

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Transessualità – vincolante l’uso dell’articolo femminile per chi compie il passaggio di sesso. E questo, se non altro, è un fatto.

Icona gay – Adesso occorre tenersi forte perché i volteggi diventano spericolati. Dicono da Giornalisti Redattore Sociale: i personaggi pubblici sono anche icone gay, vedi Madonna. E questo è acclarato. «Nella stampa però ci sono persone che lo diventano loro malgrado; se un gay è famoso automaticamente è un’icona gay, ma non è così». Poffarbacco, e perché? Mai sentito parlare di Lele Mora pre crisi di coscienza? Tutto poteva dirsi tranne che icona.

Mica finita. Secondo Marcelli, Barbara D’Urso e Maurizio Gasparri si sentono icone gay e non va bene. Perché non è dato sapere. Che poi lo siano è tutto da capire: si potrebbero chiedere delucidazioni alla comunità gay se solo esistesse e se pure esiste fosse lecito chiamarla, definendola in qualche modo. Ma il meglio è al limite del sacrilego : «Dopo le sue parole sull’omosessualità, entro sei mesi anche Papa Francesco diventerà per la stampa un’icona gay». Si torna al punto: e se pure fosse quale sarebbe il danno se non per le menti deboli del politicamente corretto, perennemente scandalizzate da ogni vezzo e lazzo purché si possa urlare alla vergogna altrui?

Parole omofobe – La summa del nulla divenuto seminario si sintetizza con le «violenze automatiche» che, secondo Marcelli, i giornalisti commettono quando usano termini come «gusti sessuali» o verbi come «tollerare» che dovrebbe essere sostituito da «rispettare». Ora, a parte che secondo il dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti (Corrire.it) tollerare significa «Mostrare tolleranza e rispetto per le idee e per i comportamenti altrui», sarebbe opportuno domandarsi se il riferimento ai gusti sessuali è monito da tenere solo per le tendenze omo o vale anche per gli etero. Così, tanto per capire fino a che punto si vuol rendere esclusivo e settoriale il tema omosessuale contro ogni regola di logica e di sintassi.

Chantal Cresta

Foto || news. panorama.it; reporters.blogosfere.it; publicpolicy.it

 

 

 

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