“Frequenze Clandestine”: la seconda raccolta di poesie di Dario Bertini

La copertina di "Frequenze clandestine"

C’è uno che mi dice che ho la giacca/ come il presidente Mao, un altro/ che mi scambia per poeta,/ per non parlare di tutti quelli/ che mi chiamano Bob Dylan/ e si aspettano che canti; invece/ resto zitto. Li guardo un po’/ negli occhi, sorrido, vado via.

Così Dario Bertini si descrive in una delle brillanti poesie che compongono la sua seconda raccolta, intitolata Frequenze clandestine, pubblicata nel mese di aprile dalla casa editrice Sigismundus.

Nato nel 1988 a Legnano, Dario Bertini vive a Pavia, dove frequenta la facoltà di lettere moderne dell’Università di Pavia. Malgrado la giovane età, i suoi versi sono apparsi su numerose riviste letterarie e antologie. Bertini inoltre organizza numerosi reading ed eventi culturali, dimostrando una maturità ed un’indole da trascinatore ed organizzatore fuori dal comune.

Nella postfazione di questa raccolta Andrea de Alberti scrive: Dario Bertini non dorme mai. Lo vedresti arrivare col passo affrettato di chi ha qualcosa da dire, con i capelli sempre spettinati, oppure in qualche bar a leggere versi. Niente di più vero. Bertini ha parecchio da dire: la sua poesia è potente ed evocativa, segno che la lezione impartita dalla beat generation (Ginsberg e Ferlinghetti su tutti) è stata assimilata appieno.

L’ambiente urbano è in assoluto il setting prediletto delle sue poesie: le sue sono piccole ma limpide pennellate, schizzi di vita urbana dal significato estremamente profondo. La vista di un cantiere; una donna che fuma in strada rovistando nella borsa; ragazzi alla fermata dell’autobus; i chiassosi bar affollati durante le ore notturne; una lavanderia sempre funzionante; vecchie cabine telefoniche; edifici diroccati; strade a volte deserte, a volte affollate; vicoli sudici e lampioni solitari. Questi sono solo alcuni elementi che compongono il terreno nel quale le parole del poeta si muovono e si uniscono per creare piccole gemme poetiche.

Gli “oggetti” della città diventano i catalizzatori per istanti quasi epifanici che vengono sintetizzati e fissati su carta da un poeta che, nonostante la giovane età, dimostra una maturità compositiva fuori dal comune.

Bertini è perfettamente a conoscenza del valore profondo della poesia, anche in un periodo come quello contemporaneo dove le lettere sembrano destinate (secondo alcuni, ma non tutti) ad un ruolo di rilievo sempre minore. Nella poesia di Bertini c’è il meglio del Modernismo inglese, ci sono i classici della poesia italiana del’900, c’è Bukowski: un background di rilievo assoluto che l’autore ha fatto proprio, utilizzandolo poi nelle sue liriche. Liriche urbane, come già scritto in precedenza, che si sviluppano in modeste stanze di minuscoli appartamenti, in piccoli bar e in strade di città. Poesie alcoliche che trasudano jazz e beat; poesie al tempo stesso delicate ed estremamente profonde, che vanno a toccare le corde più nascoste dell’animo umano, lasciando nel cuore quel persistente sapore agro dolce, caratteristica principale della poesia di alto livello.

Dario Bertini, Frequenze clandestine, Ascoli Piceno, Sigismundus Editrice (collana il Ponte), 2012, pp.72, € 9

Alberto Staiz

 

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