“Freerunner”, un Grande Fratello povero di inventiva

Da sempre il controllo, il potere, sono stati la meta del genere umano. In qualsiasi forma vengano palesati, sono spesso il motivo che spinge un uomo o una donna a stravolgere il proprio pensiero, per un bene più alto. Nel mondo del cinema questo genere di controllo è ancora più visibile, esponenzialmente più voluto grazie anche alla scusa di falsa immoralità che l’irreale nasconde. Nella storia del cinema questo potere a volte viene a galla sottoforma di violenza inaudita. Una macchinazione derivante da George Orwell, ma che strizza l’occhio ad Arancia Meccanica.

Freerunner è uno dei tanti esempi che scaturiscono dalla settima arte, ma dietro di lui, solo l’ennesimo film violento sul Grande Fratello, c’è una famiglia allargata come Quella casa nel bosco, Contenders serie 7, Hunger Games o Arena, tutti giostrati dalla voglia del più forte, del più ricco di usare le pedine umili, deboli e povere come un gioco al massacro, solamente per il proprio divertimento. Anche in altri esempi troviamo questo genere di giochi di potere, come L’occhio che uccide, Videodrome o Quinto potere, dove il potere viene visto come una meschina caratterizzazione del ceto alto.

Freerunner si colloca come film a basso costo, nel limbo dei prodotti tutto fisico e poco cervello. Ryan, Kid Elvis, Mitch, Decks, Turk, West, Freebo e Finch sono otto freerunners, atleti puri che si cimentano in corse e acrobazie ad alto tasso di difficoltà, saltando tra i palazzi della città, superando macchine in corsa in un giro di scommesse che vede lo scorretto Finch il re indiscusso tra gli otto partecipanti. Proprio questo giro di scomesse va a toccare un uomo senza scrupoli, Mr. Frank, che prende in mano la situazione, rapisce gli otto contendenti e gli lega al collo un detonatore che allo scadere dei 60 minuti salterà in aria. I freerunners dovranno correre fino alla meta per non perdere la vita accompagnati dalle grida entusiaste di magnati che puntano milioni su milioni sulle loro teste. Sarà Ryan (Sean Faris) e la sua bella ragazza Chelsea a tentare di cambiare le regole del gioco e ad arrivare al creatore di quel gioco sordido e sanguinolento.

Il film in realtà è del 2011, ma in Italia uscirà solo il 13 luglio grazie alla Eagle Pictures. Creato proprio come prodotto, più che film, la pellicola accompagna lo spettatore in un percorso agitato dalla telecamera, poco ritmato e sospinto da inquadrature fastidiose che non rendono giustizia agli atleti chiamati a recitare. I freerunners dovrebbero essere ripresi a telecamera fissa per mostrare il loro vero talento, senza essere accompagnati da quei movimenti epilettici della m.d.p. cari a Michael Bay, assoluatmente e sempre fuori luogo nel contesto filmico. Un’ora e mezza basta a questo film per passare da una corsa agonistica in una delle discipline più in voga dell momento (soprattutto in America e in Oriente), a massacro indiscriminato, dettato forse anche dall’inesperienza dello stesso regista, qui alla sua prima in un lungometraggio. Lo stesso Faris è produttore, ma al contempo non si preoccupa di mostrare un lato artistico in questo ammasso contorto di immagini.

Il film percorre il lineare tragitto delle solite pellicole dove l’azione la fa da padrona, anche se ci si domanda come mai una pellicola basata su questi formidabili atleti debba per forza essere orchestrata attraverso un’azione frenetica, musiche elettro-pop e una cultura, quella moderna, caratterizzata da un giovanilismo senza capo né coda. Basterebbe rallentare il movimento di macchina per vedere una accelerazione dei movimenti degli stessi runners e un conseguente innalzamento del tasso adrenalinico. Il percorso tortuoso dei protagonisti, infine, non produce nulla nello spettatore che aspetta per lo meno un colpo di scena che però non arriva. Se non altro le abilità, in alcuni casi distinguibili, degli stessi atleti, sono un buon biglietto da visita per l’intera pellicola.

Andrea Bandolin

[youtube]http://youtu.be/DqyThaO4mfk[/youtube]

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