Fisco. Depardieu consegna il passaporto e la Francia perde prestigio e capitali

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Gerard Depardieu

Roma – Per un Gerard Depardieu che se ne va dalla Francia, non ce ne sono cento che chiedono di entravi. Sarebbe bene che il presidente François Hollande ricordasse la massima perché la fuga di grandi ricchi e grandi capitali dalla nazione non si risolve con le accuse di anti-patriottismo.

Il celebre attore francese, con una lettera, ha annunciato la definitiva intenzione di restituire il passaporto francese e di aver già fatto richiesta per ottenere quello belga. La scelta è stata motivata dalla super tassazione che il presidente Hollande ha posto sui grandi capitali: una sberla fiscale del 75% sui redditi intorno al milione di euro per fare fronte alla crisi. Risultato: la Francia si sta spopolando di milionari, i quali preferiscono riparare oltre confine pur di non veder dilapidato il patrimonio. Meta favorita la cittadina di Nechin a due passi da Bruxelles e altri due dalla terra-patria ma abbastanza lontano per non essere oggetto di patrimoniale sul reddito, non vedersi tassare i capital gain (guadagni in conto capitale sui movimenti finanziari) ed evitare tasse di successione eccessive.

Così tutti a vivere a fiscalità agevolata. Oltre a Depardieu, altre celebrità convinte che oltre confine si respiri miglior aria sono la famiglia Mulliez, più nota per la grande distribuzione Auchan, e il magnate Bernard Arnault mentre altri attori come Alain Delon e Isabelle Adjani hanno preferito la Svizzera insieme ai cantanti Johnny Hallyday e Charles Aznavour. E non è mica finita.

Da quando Hollande ha aperto le danze sulla patrimoniale, sono circa 2700 i fuggiaschi francesi mentre altri ne seguiranno e tutti insieme, ovunque andranno, contribuiranno a comporre il quadretto della cittadina sperduta di Nechin.

Spiega il sindaco Daniel Senesael: chi arriva compra e contribuisce ad aumentare il valore degli immobili e del luogo. Sicché se un tempo i terreni venivano venduti a 20 euro a metro quadro, oggi gli stessi valgono 200 euro. Un botto. Il che, di solito, implica più investimenti, più servizi, più lavoro, più crescita.

Ora, prima di cedere alle reprimende contro i grandi evasori meritevoli di linciaggio dopo operazione di confisca coatta, si permettano due ordini di riflessioni sulle cause del fenomeno. La prima riguarda la politica fiscale francese ma più in generale quella iper-tassaiola di cui si è fatto vanto anche il premier Mario Monti; la seconda quella europea.

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François Hollande

Hollande, da uomo di sinistra, ha imposto la propria visione di rigore: assistenziale nell’ottica della privazione del capitale a chi ne ha. Nulla di strano, se non fosse che nel farlo ha prodotto due conseguenze prevedibili: a) la manovra francese impoverisce la nazione invece che contribuire a rigenerarla perché trattasi di politica miope che non tiene conto né dell’effetto domino (chi non spende non contribuisce al Pil) né di quello a cascata (chi non spende in patria, va altrove). Sono due costanti irriducibili con una terza che fa da colonna portante di ogni sistema economico: i quattrini vanno o restano dove li si tratta meglio. Questo ha molto a che fare con le migrazioni fiscali legali ma pure molto con quelle illegali; b) Hollande ha assecondato i rigorismi del Cancelliere tedesco Angela Merkel, malgrado lei appartenga alla formazione politica europea avversa e sia, soprattutto, capo di uno Stato che dall’indebolimento dei partner ha tutto da guadagnare.

Così si arriva all’Europa. Gli espatri fiscali sono possibili anche in ragione dell’ennesimo buco in un’Unione europea a colabrodo, dove oltre all’assenza di una politica e di una economia unica (è salva da poco quella bancaria), non ne esiste neppure una fiscale. Il che è demenziale se poi ci si accorge – in epoca di economia globale interattiva – che l’evasione è uno dei problemi più sentiti tra paesi Ue.

Riporta il sito dell’Huffington Post il 6 dicembre scorso: secondo il Commissario europeo alla tassazione, Algirda Semeta, poiché l’evasione in zona Ue è pari a circa 1000 miliardi di euro ‹‹i singoli stati devono rafforzare i propri strumenti, ma misure unilaterali non hanno senso in un mercato unico inserito in un’economia globale. Un’azione comune è necessaria››. Alla buon’ora che se ne sono accorti. Quindi per arginare la deriva si suggeriscono due interventi: la prima è una black list europea dei paesi sospetti al fine di stanare i furbetti; la seconda riguarda la messa in atto della Aggressive Tax Planning, ovvero una strategia che limiti l’agire delle grandi multinazionali brave a destreggiarsi tra le maglie delle diverse legislazioni fiscali tra Paesi membri. Stati che, appunto, si fanno concorrenza. Solo alla fine si legge di un’ulteriore proposta: riformare il codice fiscale europeo con modifica della norma antiabuso che consente agli Stati autonomia decisionale sui livelli di imposta diretta a società e individui. Benissimo, ma in attesa che la Ue si faccia unita, almeno non ci si scandalizzi se, chi può, si volge altrove.

Chantal Cresta

Foto || gossip.fanpage.it; wikipedia.org

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