Fiscal Cliff e il last minute di Obama

fiscal cliff, congresso americano

I simboli del Senato e della Casa dei Rappresentati

Washington – Sembra paradossale ma gli Stati Uniti in questi giorni sembrano uno studente universitario che si è accorto di avere un importante esame da fare e poco tempo per prepararlo. Si parla di fiscal cliff da mesi e la data per risolvere il problema era stata fissata per gli inizi di novembre. Ma ad oggi nessuna soluzione è stata ancora trovata.

La veloce cronistoria di ciò che è accaduto nell’ultima settimana del 2012 in America è eloquente. Il presidente degli Stati Uniti rientra a Washington il 26 dicembre, interrompendo le vacanze di natale alle Hawaii per dare una risposta definitiva agli americani sul fiscal cliff. Ma non viene raggiunto alcun’accordo con i repubblicani e viene tutto posticipato. Il 28 dicembre ancora un nulla di fatto tra le parti politiche arroccate sulle loro posizioni e con i diversi incontri finiti nell’ennesima bolla di sapone. Ulteriore posticipazione della decisione ultima al 30 dicembre, quando la House of Rapresentetive si riunirà in via straordinaria per risolvere l’arcano del fiscal cliff. Obama in queste ore, in veste di presidente e rappresentante dei democratici, ha chiarito che la soluzione deve essere bipartisan e che nessuno può prevalere al 100% con le proprie richieste. I repubblicani per voce del loro rappresentante Boehner hanno dichiarato che non lasceranno mai carta bianca al presidente e alle sue decisioni. Ma una soluzione urge poiché senza di essa dal 1 gennaio 2013 cadranno sulle teste degli americani 600 miliardi di dollari tra tasse e tagli alla spesa pubblica.

L’enorme burrone presso cui gli Stati Uniti si stanno pericolosamente avvicinando è stato causato in gran parte dagli spregiudicati tagli alle tasse del governo Bush tra il 2002 e il 2003. Oggi quelle norme stanno per scadere regalando agli americani un gran problema da risolvere. Si è calcolato che nel 2013 ci saranno circa 3.400 dollari di tasse in più da pagare per chi possiede una proprietà, aumenteranno le tasse sui dividendi e i guadagni da capitale, che andranno dall’attuale 15% al 20%, il fondo per la disoccupazione verrà drasticamente diminuito come la maggior parte dei fondi pubblici per la sanità e le pensioni. In pratica il cosiddetto cuneo fiscale americano che storicamente è sempre rimasto basso tra il 29% e il 33%, grazie al fiscal cliff, raggiungerà quasi quota 39%.

I repubblicani hanno più volte dichiarato di avere già firmato un documento che risolve il problema, ma di base sarebbe un’estensione del Bush Act. In pratica,

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si lascerebbe invariata la tassazione attuale e si richiederebbe solo una taglio della spesa pubblica. Dall’altro lato Obama offre un tetto massimo per il taglio delle tasse fino a 200 mila dollari per persona singola e 250 mila dollari per nucleo familiare oltre all’estensione del fondo per la disoccupazione e la salvaguardia della spesa pubblica per la sanità e le pensioni. La contro offerta dei repubblicani è stata di aumentare il tetto massimo per il taglio delle tasse fino a 1 milione di dollari.

La sensazione è che mentre Obama cerca di tutelare il ceto medio americano, fonte principale dei consumi che costituiscono il 70% del Pil degli Stati Uniti, i repubblicani cercano di proteggere le enormi ricchezze di un ceto ricco e benestante che sembra avere preso le distanze dal resto del paese, creando quella mancanza di redistribuzione di ricchezza fondamentale per ogni modello democratico. Molti degli americani non sanno nemmeno cosa sia il fiscal cliff ma riconoscono che il Bush Act con il suo taglio irrazionale delle tasse ha eliminato gran parte delle entrate su cui lo stato si fonda creando una situazione che oggi a quanto pare è insostenibile.

Ciò che non si comprende è perché i repubblicani osteggino una riforma fiscale che non solo risolverebbe in parte il fiscal cliff, ma darebbe più fondi allo stato, redistribuirebbe una minima parte della ricchezza nazionale ed in molti casi riporterebbe la tassazione ai livelli normali già in vigore prima delle riforme Bush. Come nel caso della tassazione sui dividendi: guadagni da capitali e proprietà. Senza considerare che gli Stati Uniti non sono più la stessa potenza di 10 o 15 anni fa e che oggi più che mai ha bisogno di gestire al meglio la propria ricchezza. Sembra che il vero compito di Obama sia di spiegare agli americani e al Congresso che una democrazia con meno stato non sarà mai una vera democrazia.

Antonio Tiritiello


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Foto || acting-man.com

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