Capita così che, in una notte d’estate di luna piena, ci si ritrovi a ballare la pizzica con alle spalle il campanile di Giotto e Palazzo Vecchio. Potere della musica, capace di abbattere ogni limite spaziale e temporale, e di un maestro come Ludovico Einaudi che, alla guida dell’Orchestra Notte della Taranta, ha portato in scena a Firenze un concerto-evento che sfugge a qualsiasi definizione.
Così come a qualsiasi etichetta sfugge il repertorio che, per più di due ore, ha letteralmente conquistato il pubblico fiorentino. Einaudi ha mescolato, reinventato e sperimentato, prendendo a piene mani dalla tradizione salentina della taranta, cui ha aggiunto le suggestioni del folklore della musica africana e le spigolosità dell’elettronica più moderna.
Un mix da un forte impatto anche visivo, considerando la composizione a dir poco eterogenea dell’Orchestra, al cui interno coesistevano, nella splendida cornice della Cavea del Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze, un’intera classe d’archi, percussioni della tradizione africana, fisarmonica e consolle per DJ.
Il revival della taranta, cui si assiste da diversi anni, ha spinto molti musicisti, artisti o pseudo–tali a seguire questo filone di successo, spesso con operazioni discutibili. Einaudi, invece, ha mantenuto l’imprinting di una tradizione le cui radici si perdono nel tempo, impreziosendola con le sue riconoscibilissime sonorità e amalgamandovi alla perfezione suoni appartenenti a culture altre. Di qui, quindi, la perfetta mescolanza tra il violino di Mauro Durante, il jazz di Savina Yannatou, l’elettronica di Mercan Dede.
Il pubblico fiorentino, inizialmente freddo, si è lasciato letteralmente mordere dal pizzico della taranta e, per un attimo, è sembrato quasi di essere nella piazza di Melpignano in cui si tiene annualmente il “concertone†dedicato alla tradizione salentina. E, per una sera, i tanti pugliesi presenti nel pubblico si sono sentiti un po’ più vicini alla propria terra e ai propri affetti. Potere della musica.
 Antonio Giordano
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