Finale di Coppa Italia: l’emblema di un calcio malato

Coppa Italia

Si rischia di dire una banalità grande quanto una casa quando si afferma che il calcio italiano è anni luce indietro rispetto a quello del resto d’Europa. Sarà pure scontato ma, ahimè, è verissimo. E l’ennesima dimostrazione è arrivata ieri sera, in occasione della finale di Coppa Italia fra Napoli e Fiorentina.

CULTURA SPORTIVA - Qualcuno sostiene che l’unica differenza fra il calcio nostrano e quello degli altri paesi competitivi, è che in Italia non ci sono più i soldi. Tutto il resto sarebbe una conseguenza. Non c’è dubbio che il dio denaro ricopra un ruolo importantissimo nel mondo del pallone, ma non è tutto. Perché, per esempio, non è con i fantamilioni che si compra un po’ di sana cultura sportiva. Ed è un peccato, perché l’Italia ne avrebbe estremamente bisogno. Non è possibile che in un Paese sulla carta civile come il nostro, prima di una partita, per quanto essa possa essere importante, dieci persone vengano ferite e una di esse rischi addirittura la vita. Sono fatti semplicemente intollerabili. E le istituzioni hanno una bella fetta di colpa. Fa bene il presidente del Senato Pietro Grasso, prima della finalissima di Coppa Italia, a scrivere su twitter: «Scontri con feriti gravi. Questi non sono tifosi ma solo delinquenti!». I delinquenti, però andrebbero presi, processati, e, prima di tutto, gli bisognerebbe vietare a vita l’accesso a qualsiasi stadio, fosse anche di una squadra di terza categoria. Chi se la sente di dire con certezza che i colpevoli dei fatti di ieri pagheranno per le loro azioni? Per essere scettici basta ricordare che, secondo le ricostruzioni che si stanno facendo in queste ore, uno dei responsabili fu uno dei protagonisti del derby di Roma sospeso del 2004. Perché gli è stato permesso di tornare all’Olimpico?

 

AAA SERIETÀ CERCASI - Si commentano da sé le immagini di Marek Hamsik che parla con quegli stessi tifosi che hanno causato un ferito fra i vigili del fuoco a causa del lancio di fumogeni, petardi e bombe carta. Possibile che si debba chiedere a loro di poter giocare e, soprattutto, che poi Hamsik abbia perfino avuto il coraggio di applaudire la curva? Come ha detto Papa Francesco, il calcio «richiede una responsabilità sociale dentro e fuori dal campo». Che cosa dovrebbe imparare un bambino appassionato di calcio da questa scena? Che se butterà qualche fumogeno in campo, magari prendendo una persona, il capitano della sua squadra lo applaudirà? Se ci fosse stata un minimo di serietà, la partita sarebbe stata rinviata. Se non si ferma tutto quando ci sono dieci feriti, di cui uno particolarmente grave, quando lo si fa? E che senso ha chiedere il permesso ai tifosi di giocare? Cose da terzo mondo. Calcistico, ma comunque terzo mondo.

Coppa Italia

CALCIO SENZA CALORE - Senza i tifosi, il calcio – così come qualsiasi altro sport – non sarebbe nulla. Chiunque sia andato almeno una volta allo stadio, sa benissimo che una partita senza bandiere, senza striscioni, senza cori, senza l’entusiasmo naturale che ti dà il calcio, non è la stessa cosa. Ecco, il fatto che la finale della Coppa Italia si sia dovuta giocare in un’atmosfera giustamente definita “surreale” da tutti i mezzi di stampa , è veramente triste. Uno stadio di calcio dovrebbe essere il luogo dell’adrenalina, dei brividi, della felicità, dell’entusiasmo, delle emozioni forti. L’unica tristezza ammessa, dovrebbe essere quella per la sconfitta della propria squadra. Se in quel momento questi sentimenti lasciano spazio all’imbarazzo e al surreale, allora la partita non si deve giocare perché sarebbe inevitabilmente rovinata.

E IL MADE IN ITALY? - Ritornando agli aspetti tecnici, chi non ha a disposizione i fantamilioni di cui sopra, dovrebbe avere modo di valorizzare di più i talenti di casa sua. Neanche questo è vero quando si parla d’Italia. Gli unici due giocatori italiani che sono partiti titolari nella sfida decisiva per l’assegnazione della Coppa Italia sono stati solo tre: i viola Manuel Paqual e Alberto Aquilani. E, per il Napoli, il talento classe 1991 Lorenzo Insigne che ha, di fatto, deciso la partita. Il quale va ringraziato, perché ha ricordato a tutti che gli italiani a calcio ci sanno giocare spesso anche meglio degli altri. Possibile che non ci sia un portiere italiano che non costi un’eresia più forte di Neto, un difensore più forte di Savic, un giocatore offensivo che non faccia rimpiangere Ilicic? Non me ne vogliano questi tre giocatori citati, loro sono solo degli esempi. Lo stesso discorso si potrebbe fare per quasi tutti i giocatori stranieri non solo presenti ieri alla finale di Coppa Italia, ma di tutta la Serie A. Il bravo Insigne ieri ha rubato la scena all’unico italiano che era veramente atteso da tutti: Giuseppe Rossi. Il quale, così come il calcio italiano, deve recuperare da un lungo periodo di assenza e dolore. Pepito, se tutto andrà bene, lo rivedremo ai mondiali di quest’estate. Quando rivedremo un calcio italiano bello, divertente, di cui andare fieri, invece, rimane un mistero.

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: eurosport.yahoo.com; epicfootball.org; europacalcio.it

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Una risposta a Finale di Coppa Italia: l’emblema di un calcio malato

  1. avatar
    giorgio 04/05/2014 a 23:59

    peccato che pubblicate articoli senza essere informati di un cazzo

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