Fiat. Export ancora di salvataggio per gli stabilimenti italiani

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Il mercato dell’auto sta attraversando una crisi senza precedenti. Lo sa bene Marchionne, lo sa bene il Governo, lo sanno benissimo i dipendenti degli stabilimenti del gruppo Fiat in Italia. Ma allora Fiat rimarrà in Italia? Dopo l’archiviazione del progetto Fabbrica Italia ed un nuovo piano industriale del Lingotto che stenta a decollare, sembra essere tornata di moda questa domanda.

Risposte sono arrivate, ma molti rimangono ancora gli interrogativi, nonostante il comunicato ufficiale rilasciato di comune accordo dal Governo e dalla Fiat, dopo il lungo vertice tenutosi sabato a Palazzo Chigi, e il successivo incontro di lunedì, tra i sindacati e i ministri Passera e Fornero.

La nota ufficiale uscita dall’incontro di sabato, sentenzia la salvaguardia della presenza industriale del gruppo in Italia, con investimenti rimandati a tempi migliori e l’impegno di Palazzo Chigi a sostenere il progetto export del gruppo torinese, senza sbilanciarsi sulla cassa integrazione in deroga.

Sergio Marchionne è stato chiaro. Il gruppo Fiat si trova a dinanzi un desolante bivio: ridurre la capacità produttiva, con il conseguente licenziamento in massa di migliaia di dipendenti, oppure ripensare e sfruttare il know-how e la competenza degli impianti italiani, in una logica di business orientata verso i mercati esteri, in particolare quello statunitense e quello brasiliano. Proprio gli ottimi utili conseguiti oltreoceano, stanno permettendo di tenere sotto controllo le perdite registrate nel mercato interno e segnano di fatto il deciso cambio di rotta verso un modello di business fondato sull’export. Tutt’altro discorso vale per gli investimenti. L’ad del Lingotto ha ribadito la disponibilità del gruppo «per valorizzare le competenze e le professionalità peculiari delle proprie strutture italiane, quali ad esempio l’attività di ricerca e innovazione», ma solamente al sopraggiungere di un fantomatico “momento idoneo”, che presumibilmente arriverà in corrispondenza tra una ripresa del moribondo mercato europeo e la fine di una penalizzante congiuntura del settore auto. E a chi, come il ministro Passera, mostra il proprio dissenso verso un rinvio così vago di nuovi investimenti negli stabilimenti in Italia, Marchionne rammenta i 5 miliardi di euro investiti negli ultimi tre anni e sprona il Governo a fare la sua parte. Non a caso, il ministero dello Sviluppo Economico ha annunciato la formazione di un gruppo di lavoro per mettere a punto possibili incentivi e agevolazioni, destinate a tutti i settori industriali, oltre la possibilità di varare un credito di imposta per gli investimenti in ricerca.

Il tema particolarmente spinoso e non affrontato durante il vertice di Palazzo Chigi, è quello della  cassa integrazione. Infatti, nonostante dal Governo abbiano ribadito esplicitamente che la Fiat non ha avanzato nessuna richiesta d’aiuto, è noto che gran parte degli stabilimenti italiani del Lingotto stanno già facendo ricorso agli ammortizzatori sociali. Ecco perché preoccupa la possibilità di vedere esaurirsi periodi di cassa integrazione ordinaria, con conseguente ricorso alla cassa straordinaria o in deroga.

Sergio Marchionne e il ministro Corrado Passera

Sergio Marchionne e il ministro Corrado Passera

Ipotesi questa, che il governo vuole assolutamente evitare, così come i sindacati, che, nell’incontro di martedì con i ministri Passera e Fornero, snobbato dai segretari di Cisl e Uil, sono usciti decisamente insoddisfatti. E se Landini, acerrimo detrattore di Marchionne, si è limitato a sostenere che “il governo deve costringere la Fiat a rispettare gli impegni presi”, l’“anti-Marchionne” per eccellenza, si sta confermando il numero uno della Tods, Diego Della Valle, che continua ad alimentare la sua personale battaglia contro l’ad del Lingotto, accusandolo di aver deciso di lasciare il Paese già da tempo e insistendo sull’opportunità di vendere gli stabilimenti italiani del Lingotto ad un produttore estero (Volkswagen), per tutelare il futuro di migliaia di lavoratori.

Di certo Marchionne è stato categorico nel dettare le condizioni per la salvaguardia degli stabilimenti italiani, ma allo stesso tempo assai sfuggente su come intenda tutelare i lavoratori dinanzi un nuovo calo della produzione. Lo sa bene Monti, che, nonostante sembri apprezzare il modello di business improntato all’export, sta lavorando su una strategia d’emergenza nel caso la situazione dovesse peggiorare. Sembrerebbe avere un significato preciso, allora, la presenza del ministro Fabrizio Barca, responsabile della gestione dei fondi europei, all’incontro di sabato. Infatti sia il Fondo sociale europeo (Fse), che il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr), potrebbero improvvisamente rivelarsi nell’evenienza un’arma preziosa per il governo ed essere indirizzati rispettivamente a sostegno dei progetti per gli stabilimenti meridionali, e, per alimentare la cassa integrazione in deroga.

Daniele Gunnella

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