Festival di Venezia: la rivelazione Locke e le riflessioni sociali di Gilliam

Terry Gilliam (internazionale.it)

Terry Gilliam (internazionale.it)

La giornata di lunedì del Settantesimo Festival del Cinema di Venezia si è aperta all’insegna della socialità; i film e gli autori protagonisti hanno affrontato, con modalità e attenzioni differenti, temi importanti come l’omosessualità, l’educazione, l’immigrazione e la nuova e moderna umanità tecnologica.

Protagonista principale della giornata è stato Terry Gilliam (vincitore del Leone d’Argento nel 1991 con La leggenda del re pescatore), approdato al Lido per presentare The Zero Theorem, conclusione morale dei lavori precedenti BrazilL’esercito delle dodici scimmie; «parlare di trilogia sarebbe troppo presuntuoso.  Sono solo tre sguardi diversi sul futuro», afferma il regista.

«Non penso di aver fatto un film di fantascienza», ci tiene a precisare Gilliam che, avendo riempito lo schermo cinematografico di tablet, cellulari e pc, non ha fatto altro che mostrare uno spaccato sociale più che reale.  La trama ruota attorno Qohen Leth, interpretato dal due volte premio Oscar Christoph Waltz, sviluppatore della Mancom, completamente alienato dal mondo circostante. La sua vita è incentrata sulla risoluzione di un importante e difficile algoritmo, che lo trascina in un vortice surreale in cui l’unica fede è Internet e la tecnologia. La sinossi è circolare, si apre e si chiude dove era partita e nemmeno le incursioni di personaggi esterni, vivi, scalfiscono l’ostinazione di Qohen. E così questa parabola assurda e provocatoria chiude fuori dalle mura di casa ogni emozione reale, l’amore in primis.

Gilliam torna quindi dietro la macchina da presa con l’intenzione di sempre, quella di raccontare e interpretare il mondo in continua evoluzione, scavando nell’attualità e provando ad interpretare un futuro, poco roseo, di schiavitù tecnologica. Questa sua accesa provocazione trova ampio consenso tra il pubblico di Venezia, non mancando comunque accenni di dissenso inevitabili.

L’impersonalità dell’uomo a favore della prevaricazione della macchina si capovolge completamente in Locke, film presentato fuori concorso del regista inglese Steven Knight, dove l’auto è solo lo sfondo di una storia completamente umana. Il protagonista Ivan Locke, in corsa sulla sua automobile, è pervaso da pensieri e telefonate che ricostruiscono il racconto della sua vita: sposato, con una famiglia perfetta, ha tradito la moglie una sola volta. Da quella notte, da quell’errore, sta per nascere una vita e Locke vuole essere presente, vuole sentirsi vivo e consapevole, combattendo il fantasma di un padre inesistente come quello che è toccato a lui. Per l’inizio di quella vita è disposto a rinunciare a tutto, anche alla carriera professionale, pur di fare la cosa giusta.

«È arrivato tardi», ha affermato il direttore Alberto Barbera di fronte alle numerose domande del perché questa piccola perla non fosse tra i titoli in concorso. Un film a basso costo, girato in soli cinque giorni e con un unico attore, Tom Hardy, che ha fatto centro e ha stupito il pubblico, definito così, ad oggi, «la rivelazione della Mostra».

Nella sezione Giornate degli autori è stato invece presentato La mia Classe, film interpretato da Valerio Mastandrea e diretto da Daniele Gaglianone. La classe del titolo non è esclusivamente un luogo fisico, ma uno spaccato sociale, in cui sono racchiuse le esperienze di sedici giovani extracomunitari intenti nello studio della lingua italiana. La veridicità dei racconti, delle difficoltà e dell’impegno pone il film a metà tra finzione e documentario, richiamando alla mente quel neorealismo che si pone come scopo primario quello della testimonianza e del racconto di vita. Questa volontà, quasi politica, la esprime a parole l’attore tramite la richiesta di un cinema “immediato”, diretto, che si confonda quasi totalmente con le storie di cui narra.

E “cinema come integrazione” è anche lo slogan con cui il ministro Cécile Kyenge si presenta al Lido per un convegno accompagnato dal documentario Italy amore mio di Ettore Pasculli, sulla difficoltà di inserimento in Italia delle donne e dei bambini stranieri. Un tema forte e attuale che sarà riproposto anche da Alessandro Rossetto nella pellicola Piccola Patria e da Daniele Segre in La prima neve, entrambi presentati nella sezione Orizzonti.

La difficile accettazione del “diverso” coinvolge anche l’omosessualità, vittima di tabù, ipocrisie e discriminazioni. Tom à la ferme, diretto ed interpretato da Xavier Dolan, è un dramma esistenziale intriso di durezza e suspence, a tratti assimilabile ad un thriller psicologico. Tom, presentatosi al funerale del suo compagno Guillaume, viene malamente accolto da Francis, fratello maggiore e omofobico del defunto, che lo costringe a mentire sulla sua vera natura. Tutta la sinossi si basa così su uno sviluppo malato, giocato sulla menzogna e sull’omofobia, sulla freddezza e sulla crudezza dei sentimenti; Tom è vittima della violenza di Francis, ma anche sgomento di fronte all’incapacità d’amore sensibile di Agathe, madre di Guillaume. Film toccante e ben girato, sulla difficoltà dell’accettazione ma anche sulle difficili connessioni familiari, che altro non fa che confermare il talento del giovane regista (classe 1989) canadese.

Un’altra famiglia la presenta Andrea Pallaoro in Medeas: un marito e una moglie, cinque figli e una fattoria. Numerosi debiti e le crescenti esigenze di tutti i componenti rendono la situazione, dagli scenari bucolici, tutt’altro che serena. La sordità della madre rende la pellicola povera di parole e ricca di intensità di sguardi e comunicazioni alternative, volte a raccontare la pressione e la difficoltà quotidiana della piccola società familiare.

Valerio Mastandrea in "La mia classe" (movieplayer.it)

Valerio Mastandrea in “La mia classe” (movieplayer.it)

Nella selezione della settimana della critica viene presentato invece Las niñas Quispe, il primo film di finzione del cileno Sebastián Sepúlveda. Il regista ripercorre la difficile storia del suo paese, prendendo spunto da un fatto di cronaca degli anni ’70; le sorelle Quispe vivono separate dalla città, vivendo di pastorizia e intessendo una forma di matriarcato operoso iniziato da Maria, la sorella maggiore recentemente scomparsa. In questo mondo semplice e sereno si imbatte come un macigno la novella legge promulgata da Pinochet che rende illegale la pastorizia in quelle zone. Il suicidio delle tre sorelle, conseguente alla presa al potere del dittatore, diventa un caso mediatico immenso nella storia cilena, da cui il regista parte per raccontare una storia politica fatta di violenze e crudeltà. La fotografia di Inti Briones diventa il punto di forza di questa pellicola pervasa di un magnifico simbolismo, in cui le sorelle sono parte integrante della natura. Sepúlveda si è servito dei luoghi reali e delle testimonianze dei familiari delle tre donne per cercare di ricostruire una trama il più vicino possibile alla realtà.

Tra i documentari approda al Lido, fuori concorso, The Armstrong Lie di Alex Gibney, ritratto dell’ex campione del ciclismo, divenuto “antieroe” e mezzo tramite cui descrivere la corruzione generale di un’America odierna. Gibney racconta l’ascesa, la salita vorticosa e il successo immenso dello sportivo, destinato ad essere ombreggiato da logoranti dubbi fino alla confessione dello stesso Armstrong e alla caduta definitiva. Due storie parallele, quella dell’eroe inventore dello sport moderno, e quella ambigua di bugiardo, che viaggiano di pari passo, con la stessa forza e senza mai incontrarsi. Il regista intesse una rete di intrighi e di cose “dette e non dette”, ricco di interviste e immagini d’archivio.

 Alessia Telesca

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