Festival di Venezia: delude la pellicola con la Johansson, scandalizza Kim Ki-duk

Scarlett Johansson a Venezia (tg24.sky.it)

Scarlett Johansson a Venezia (tg24.sky.it)

Quella che si è conclusa ieri a Venezia è stata indubbiamente la giornata della bellissima Scarlett Johansson, approdata al Lido con la sua innata e fresca sensualità, per presentare Under the skin. Nonostante il grande clamore mostrato per la star americana, la sua presenza non è riuscita a risollevare le sorti dell’ultima fatica che la vede protagonista; la pellicola non ha riscosso, infatti, il suo stesso successo.

In cerca di uomini soli, Laura (Johansson), un’aliena nel corpo di una donna, attraversa i paesaggi uggiosi delle Highlands scozzesi e, sfruttando la sua avvenenza fisica, cattura le sue prede a cui destina una crudele fine. Il regista Jonathan Glazer crea una visione globale del mondo, descrivendolo dagli occhi di un estraneo grazie all’espediente dell’aliena che, poco per volta, verrà attratta dai sensi che il suo corpo “nuovo” le offre, scrivendo gradualmente la tabula rasa della sua mente. La pellicola è sfaccettata e si compone di un’atmosfera fantascientifica, coadiuvata dalla bella fotografia di Daniel Landin, e arricchendosi di inquietudine, senso di straniamento e crudeltà. Ma il viaggio “on the road” non basta per compensare la poca complessità del personaggio principale, di cui viene completamente tralasciata l’indagine psicologica fino a rendenderlo superficiale.

Il film viene quindi accolto con estrema freddezza e qualche fischio e nemmeno il carisma della Johansson, che racconta la genialità del regista e la paura per questa nuova e intrigante esperienza come «una sorta di terapia», hanno convinto il pubblico, che invece ha apprezzato, regalandogli dieci minuti di applausi, il nostrano Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleotto.

Un’ “osmiza, tipica trattoria dell’altipiano del Carso, è il luogo principale del film, simbolo di unione sociale, proprio come dice il sempre più bravo Giuseppe Battiston: «Nella cultura rurale della mia regione l’osmiza è il luogo principale di aggregazione, più del bar, perché somiglia a una casa». Ed è questa l’idea che il regista voleva dare allo spettatore: una casa fuori dalle mura domestiche, in cui Paolo, cuoco in un asilo nido, trascorre le sue giornate. Nella sua vita un po’ noiosa e burbera fa incursione il nipote Zoran, quindicenne sloveno con la passione per il gioco delle freccette. Attraverso questo curioso nipote e grazie all’amore familiare, Paolo potrà cominciare una vita nuova, abbandonando il risentimento per l’ex moglie e la freddezza d’animo che lo stava uccidendo. La semplicità di sentimento e la bellezza e complessità della terra rurale del Nord-Est italiano ha riscosso un meritatissimo successo, regalando plausi al cinema nostrano a volte un po’ sottovalutato.

Stessa piacevole sorte è toccata a Still Life di Uberto Pasolini, con Eddie Marsan e Joanne Froggat, presentato in Orizzonti. La dignità della morte è il tema focale della pellicola, concentrata sulla vita di John May, addetto alla sepoltura di persone i cui parenti sono introvabili. Il suo lavoro richiede un’incredibile sensibilità d’animo, capace di regalare un degno ricordo a chi è rimasto solo. Lui è l’unico partecipante degli elogi funebri che organizza e la sua dedizione alla morte non viene capita, né apprezzata, dai suoi superiori che, in poco tempo, lo trasferiscono di ufficio e lo dichiarano in esubero. Ma il fato lo spinge ad organizzare la sua ultima veglia, quella del suo vicino Billy Stoke, rimasto solo; John inizia una forsennata ricerca, nella speranza di assistere al suo ultimo funerale in compagnia di qualcuno. Scopre così la ricca e triste vita di Billy Stoke che lo porterà a compiere un vero e proprio viaggio interiore personale. La morte in solitudine è ciò su cui pone l’accento il regista, il quale cerca di spiegare come l’odierna e burrascosa società, fatta di sola frenesia, abbia portato i “vicini di casa” ad essere completamente estranei e ad abbandonare l’abitudine di condivisione degli anni passati.

In Orizzonti troviamo anche Ruin di Amiel Courtin-Wilson, una perfetta unione di crudezza e bellezza coadiuvata anche dalle splendide espressività degli attori protagonisti Rous Muni e Siek Somalen. Sono due persone sole, segnate dalle sofferenze della vita che si incontrano per strada, per caso, e non si lasciano più. Scappano da Phnom Penh dopo aver compiuto un omicidio per legittima difesa; la loro fuga è verso una nuova vita, lontano dalla cattiveria e dalla violenza che duramente hanno subito per tutta la vita. Il regista intesse una pellicola dura ma al tempo stesso lirica, con immagini poetiche a fare da sfondo e con una spontaneità innata data dalla presenza di attori non professionisti e di una sceneggiatura precaria, basatasi solamente su una traccia ideale. È una tipologia di cinema strettamente connessa con la realtà, priva il più possibile di artefici che cerca di immergere lo spettatore nella sua sensorialità.

Ha scandalizzato invece Venezia il regista coreano Kim Ki-duk, Leone d’oro nel 2012 con Pietà, che ha presentato fuori concorso Moebius, un concentrato di spietatezza e violenza. L’inizio del film è allucinante e scenicamente forte; una moglie, tradita dal marito, vuole vendicarsi con la peggiore delle sofferenze fisiche: l’evirazione. Di fronte alla resistenza di questo, la donna, allucinata, corre nella stanza del figlio e compie l’insano gesto su di lui. Inizia così una storia familiare, incentrata sul rapporto del padre con il figlio e sulle difficoltà di quest’ultimo di relazionarsi con il mondo. Il regista fa ruotare i rapporti umani attorno al rapporto che il sesso ha nella società; è una rincorsa alla ricerca dell’orgasmo e della guarigione e la riconciliazione è possibile solo di fronte alla possibilità di un trapianto dell’organo genitale. «È un film sulla famiglia, sulle dinamiche che il sesso e i genitali provocano all’interno di un nucleo familiare. Che però può essere rappresentativo della società di oggi, sconvolta da tensioni e difficoltà drammatiche», ha affermato Kim Ki-Duk. Nonostante la tensione e lo scandalo, il film è stato accolto calorosamente e con un fragoroso applauso, accompagnato dal riso per la costante ironia con cui il regista ha raccontato una storia al limite dell’assurdo.

Kim Ki-duk, Leone d'Oro lo scorso anno con "Pietà" (gqitalia.it)

Kim Ki-duk, Leone d’Oro lo scorso anno con “Pietà” (gqitalia.it)

È stata la giornata anche di Amos Gitai che, dopo essersi aggiudicato venerdì il Premio Bresson, ha presentato il suo lavoro Ana Arabia. Girato in un unico piano sequenza in formato 1:25, la pellicola ha come sfondo il Medio Oriente, una delle zone più difficili del pianeta, punto di incontro di molteplici culture. E questo è il punto focale del film in cui una giornalista, nella cittadina di Giaffa al confine con la popolazione israeliana, deve raccogliere le storie, le sensazioni e gli umori degli abitanti. Sono tutti cittadini semplici, sconnessi con i problemi geopolitici che li circonda, volenterosi di salvare la propria esistenza contro un astio secolare. Davanti ad un tramonto dai colori spettacolari, il regista Gitai ha voluto raccontare l’anormale di una guerra attraverso la normalità dei cittadini che affrontano la loro tradizionale giornata. Si intravede, tra le righe, un messaggio di speranza: «La speranza può far cambiare le cose, tutti gli artisti, in quanto riconoscibili dal pubblico, hanno il dovere di divulgare un messaggio di speranza. Devono dare un aiuto a trovare una soluzione attraverso la loro arte».

Presentato fuori concorso anche Harlock: Space Pirate di Aramaki Shinjii, lungometraggio animato interamente in computer grafica che ha richiesto cinque anni di lavoro. La coalizione dell’Ordine di Gaia ha trasformato la Terra, oramai disabitata, in un santuario inavvicinabile; la ciurma di Harlock si ribella e cerca di ristabilire la normale situazione di vita, riportando gli umani ad abitare il loro mondo. Il personaggio è stato reinventato, senza tralasciare però i tratti distintivi dell’archetipo d’origine; il mito non ha deluso le aspettative dei fan degli anni ’80, arricchitosi semplicemente di connotazioni cupe e dark e di inevitabilmente nuovi personaggi. Graficamente ricco e pieno di richiami al grande eroe del passato, con incursioni di freschezza, il film è ben costruito; Aramaki Shinjii ha ben giocato con gli equilibri visivi ed umorali, rendendo piacevole il risultato.

Approdati al Lido il regista Gianni Amelio e l’attore Antonio Albanese che presentano oggi il frutto del loro lavoro: L’intrepido.

(Foto: tg24.sky.it / gqitalia.it)

Alessia Telesca

 

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