Festival di Venezia: Leone d’oro alla carriera per Rosi, applausi per Giannoli

Cecile De France e Kad Merad in una scena di "Superstar", di Xavier Giannoli

VENEZIA – Era l’inizio della decade dei ’60 quando l’organizzazione della Mostra del Cinema di Venezia rifiutò all’unanimità la candidatura del bellissimo Salvatore Giuliano, non unico capolavoro del maestro Francesco Rosi, reo di aver espresso con tutta la sua carica sia critica che allegorica lo stato delle cose, ovvero la denuncia dei fatti e il trascinamento alla luce del sole della realtà circostante ed insita nelle alte sfere istituzionali, tanto da essere addirittura scambiato per una sorta di nuovo cinema documentario. Subito dopo, allo stesso film arrivò la vittoria a Berlino. Oggi, è la stessa kermesse lagunare a consegnare a Rosi il Leone d’Oro alla carriera. Dalle stesse parole del maestro, si evince che «quel rifiuto fu una scusa per non avere noie nell’ammettere in concorso un film scomodo. Ho creduto sempre nella funzione di denuncia e testimonianza esercitata da un film. In Salvatore Giuliano la denuncia significò innanzitutto la conoscenza di fatti e di uomini».

Quanto all’appena aperto concorso per le pellicole in lizza per la vittoria finale, suscita applausi ma evoca anche riflessioni (su diversi livelli), il bel Superstar del francese Xavier Giannoli, con due interpreti del calibro di Kad Merad (da molti già candidato alla Coppa Volpi) e Cecile De France. Il primo dei due, già noto per il successo anche italiano di Giù al nord, è il geniale interprete di Martin Kazinski, uomo di mezza età tutt’altro che appariscente e mestamente invisibile operaio che, di punto in bianco, si ritrova ad essere, non si sa per quale motivo, una celebrità totale che qualunque essere vivente non esita ad assalire, emulare, venerare. Dovendo far fronte, così improvvisamente, ad una situazione radicalmente opposta al suo habitat naturale, Martin farà di tutto per distaccarsi dalla devastante notorietà, finendo, però, soltanto per incrementarla ad ogni suo rifiuto. La metafora riguardante la misera e rivoltante condizione socio-culturale attuale è anche troppo evidente, tanto da lasciar trasparire, a detta dello stesso regista, una vena di kafkiana memoria nella metafora del ritrovarsi altro da se stessi da un momento all’altro, degradando, sia dentro che fuori, al cospetto del dover affrontare materialmente la paradossale situazione. Applausi, dunque, ma anche toni polemici nel considerare, al pari dello stesso Giannoli, la possibilità di plagio che un certo Woody Allen avrebbe adoperato nei suoi confronti (si veda il personaggio di Benigni in un episodio dell’ultimo To Rome with love). Afferma Giannoli: «Ho conosciuto l’agente di Allen e gli ho accennato il progetto. Lui ha voluto incontrarmi, è venuto nel mio ufficio a Parigi. Gli ho raccontato la sceneggiatura e lui rideva, sembrava molto divertito. Poi non l’ho più sentito. Poi ho ricevuto una telefonata da un amico che aveva appena visto To Rome with love, il quale mi ha descritto l’episodio di Benigni: sono rimasto senza parole. Non posso pensare che un regista di quella grandezza possa aver fatto una cosa simile. Forse è solo una stupida coincidenza».

Nel frattempo, non si fa attendere il primo scandalo: Paradise: Faith dell’austriaco Ulrich Saidl ha, infatti, offerto una sana scena di masturbazione da parte di una donna con l’ausilio di un crocifisso (c’era già comunque arrivata la band di doom metal Type O Negative, nel videoclip di Christian woman risalente al 1992, a fare del Cristo materia di amore viscerale. Per non parlare di come trattò il concetto di Dio suicida E. Elias Merhige nel comunque affascinante quanto durissimo Begotten).

Il film, ad ogni modo, si propone come una validissima denuncia nei confronti di un certo oltranzismo credente fatto di autoflagellazioni ed eccessi di devozione prossima alla malattia mentale, condizione umana che, anche se, ovviamente, su ben altre sponde, delinea il protagonista di The ice man (fuori concorso), ad opera di Ariel Vromen, magistralmente interpretato da un Michael Shannon divenuto ormai garanzia delle produzioni artistiche sia hollywoodiane che di stampo indipendente (si riveda Take shelter di Jeff Nichols per rendersene conto), affiancato dal ritorno sul grande schermo di Wynona Ryder, ancora terrorizzata dalla perfezione stilistica del collega nei panni della moglie ignara di un freddo e spietato killer (il realmente esistito Richard Kulkinski) con un secondo volto da marito e padre di famiglia sereno, gentile e premuroso. Per la Ryder si tratta di un ritorno da prendere comunque con i piedi ben fissati a terra per non cedere di nuovo a turbe psichiche e cleptomanie che le valsero già tre anni di libertà vigilata, multe e trattamenti psichiatrici obbligatori.

Michael Shannon, protagonista di "The ice man", di Ariel Vromen

Un ritorno molto più rimbombante, invece, vede protagonista, anche se non con nuove produzioni (di cui una, tra l’altro, bloccata di recente per soliti problemi di sperpero di denaro produttivo), il grande Michael Cimino grazie al restauro del (finalmente!) rivalutato I cancelli del cielo nella sua interezza. Il film, che valse il fallimento della United Artist, fu giudicato un flop dopo l’esplosione da Oscar del precedente Il cacciatore, senza venir dunque considerato come un potenziale ed epocale affresco della realtà storica della fondazione degli Stati Uniti d’America. A detta dello stesso Cimino, il restauro digitale lo ha «sorpreso e scioccato, come fosse stato girato in 3D. Ho avuto modo di fare dei cambiamenti nei colori, che sarebbero stati impossibili all’epoca. È un film completamente nuovo».

Quanto agli italiani, infine, oltre agli applausi per il duro ma consapevole Gli equilibristi di Ivano De Matteo (sezione Orizzonti), con un ottimo Valerio Mastandrea, si distingue anche Il gemello di Vincenzo Marra (Giornate degli Autori), zavattinianamente concentrato nel pedinare Raffaele Costagliola, un detenuto non ancora trentenne che entra ed esce di galera dall’età di 15 anni. Il film, nella sostanza, sembra riuscire bene nel suo tentativo di descrivere la vita carceraria in maniera completamente opposta a quella da mera fiction: lo stare dietro le sbarre, dunque, diventa progressivamente metafora del vivere quotidiano fatto continui compromessi e adattamenti.

Doveroso di considerazione (non potrebbe essere altrimenti) è anche il cortometraggio Convitto Falcone di Salvatore Scimeca, interpretato da giovani sconosciuti affiancati da volti noti (Donatella Finocchiaro, Enrico Lo verso), nobile spaccato di invito alla solidarietà e alla legalità. Incassi devoluti alla costruzione di una casa per bambini di strada in Ecuador. Presenti in sala Maria Falcone (sorella del compianto Giovanni) e il procuratore antimafia Pietro Grasso.

Stefano Gallone

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