Festival di Venezia: De Oliveira esplora il dramma povertà. Korine nichilista liceale

Manoel De Oliveira

VENEZIA – Proseguono e, in verità, puntano ad occupare gran parte delle rassegne stampa autunnali, le aspre critiche a Marco Bellocchio e al suo (ottimo) Bella addormentata il quale, seppure applaudito in sala al termine della proiezione ufficiale, non ha esitato, suo malgrado, a suscitare polemiche specialmente in ambienti di marchio filocattolico. Diversamente non poteva accadere, considerando il fatto che la pellicola del noto regista italiano tocca molto da vicino la vicenda Eluana Englaro e il concetto di eutanasia, vero e proprio anatema per la Chiesa Cattolica (che, però, si è vista rifilare sonori schiaffoni da uno dei suoi più “laici” esponenti, ovvero il compianto Cardinale Carlo Maria Martini, “reo” di aver rifiutato le ultime cure), pur addentrandosi, nella sostanza, in territori personali che poco hanno a che vedere con qualsivoglia concetto di accusa, dal momento che è lo stesso Bellocchio a giudicare la sua pellicola come semplice esposizione dei fatti reali in maniera equidistante rispetto ad entrambe le fazioni.

Staremo a vedere, insomma, gli eventuali sviluppi ideologici perché, nel frattempo, il centenario maestro Manoel De Oliveira (104 anni e non sentirli!) affronta, proprio sul red carpet di Venezia, il non meno scottante tema della povertà attraverso i fotogrammi del suo interessantissimo Gebo e l’ombra, notevole pellicola girata per interno in un unico interno e, dunque, dotata di poche ma esplicative inquadrature che molto spazio concedono al potere evocativo della parola. Fatta eccezione per un paio di rapidi ma comunque stretti e claustrofobici esterni, dunque, questo unico interno è la casa di Gebo (interpretato da Michael Lonsdale) e di sua moglie (Claudia Cardinale), con accanto la nuora, (Leonor Silveira), luogo ideale per lo sviluppo di una narrazione sostanzialmente priva di accadimenti eclatanti, vuoto che, però, lascia ampio spazio, con il pretesto dell’arrivo di un buon caffè, a discorsi interpersonali riguardanti figli ormai direzionati verso vite separate dalle loro origini, contesti sociali votati al completo degrado materiale e spirituale, concetto che richiama direttamente il declino totale di ogni primordiale percezione di bellezza artistica. Girato in soli 25 giorni (per l’urgenza dello stesso De Oliveira di affrontare il tema prescelto), insomma, il film ha tutta l’aria di essere, in definitiva, una ennesima lezione di cinema da parte del maestro portoghese.

Restando in tema di senilità artistica, che non vuol dire affatto, come si può facilmente notare, ossidazione creativa, il nostrano Ermanno Olmi, assieme a nientemeno che Peter Brook han dato vita ad una collaborazione, rispettivamente, nelle vesti produttore, l’uno, e oggetto di analisi, l’altro. The tightrope, infatti, è il film documentario presentato alla rassegna lagunare ed incentrato proprio sulla figura del celeberrimo e seminale attore teatrale inglese, qui oggetto di analisi documentaristica portata in essere dal figlio Simon. Attraverso le immagini e le storie raccontate dalla pellicola, per Brook è possibile aprire le porte del suo epocale laboratorio teatrale allo scopo di portare agli occhi di tutti le fondamenta del suo “filosofico” metodo scenico che, però, nella sostanza, non si allontana moltissimo dal concetto di realtà tangibile. A detta dello stesso Brook, infatti, «l’arte deve combattere la crisi». «Io mi sento parte di tutto – spiega il regista inglese – Non è possibile ignorare la mostruosità, le crisi in Siria e Palestina, fino ai paesi più lontani. Ci sono quesiti profondi sull’essere umano che non possono essere dimenticati».

Sulla sponda opposta, invece, affrontando, cioè, argomentazioni relative ad un certo ramo socialmente titubante riguardante, però, l’ambito giovanile, è Harmony Korine, pioniere del cinema indipendente e di una buona fetta di scena musicale “indie” statunitense, a mettere punti esclamativi su narrazioni esplicite incentrate proprio su cattive compagnie adolescenziali, in particolar modo “lolite”, “cattive ragazze”. Spring breakers, infatti, trattando di quattro adolescenti che, con la scusa di una gita tra amici, scelgono di dare il via a rapine con conseguente risvolto tragico, pone l’accento proprio su una concezione molto cupa e ostile del mondo giovanile attuale, non rinunciando affatto a porre scottanti questioni riguardo, non a caso, sesso, droga, sieropositività e rara predisposizione educativa che, finalmente, stona un bel po’ con i non così tanto casuali protagonisti scelti per l’interpretazione dei vari ruoli. Mentre, infatti, le varie Selena Gomez, Vanessa Hudgens, Ashley Benson e Heather Morris sfilano tra lusso e fama da momentanea celebrità, le starnazzanti urla di giovanissimi fan in delirio coprono, in verità, ciò che di realmente utile, per loro, potrebbe uscire da quei 24 fotogrammi al secondo, se solo si soffermassero a guardarli realmente.

Stefano Gallone

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