Festival di Venezia: bilancio e considerazioni finali

Festival concluso, com’è consuetudine, sui giornali s’è letto tutto e il contrario di tutto. Ognuno a difendere i “propri” titoli, sminuirne altri, valutare diversamente scelte di direzione e giuria. Ma nel caos di blog e carta stampata mai come quest’anno le varie conclusioni sono state concordi nell’approvare l’edizione 2011.

Per quanto concerne il puro cinema, Venezia 68 è effettivamente stata un successo. Nessuna selezione ufficiale dell’ultimo decennio era stata tanto colma di opere notevoli: a partire dal trionfale Faust, passando per Himizu, Shame, Alpis e via dicendo. Tutti film giustamente premiati, frutti di poetiche e impronte autoriali differenti con cui il cinema dei vari angoli del globo procede spedito nella sua evoluzione artistica, rispecchiando inoltre mutamenti e disagi dell’epoca in corso.

L’unica critica – naturalmente costruttiva – che va mossa agli addetti ai lavori riguarda le sezioni collaterali, nella fattispecie la quantità di opere in esse proposte. Per alzare ulteriormente la media qualitativa della Mostra andrebbe fatta una cernita più stretta, scartando pellicole obiettivamente immeritevoli di partecipare. L’intera programmazione ne trarrebbe vantaggio, risultando meno dispersiva e capace di offrire maggiore spazio a pregiati film “invisibili”, non più costretti a proiezioni durante orari improponibili.

Ma la vera nota dolente, ancora una volta, è l’organizzazione generale. Si scrive e parla tanto del buco all’amianto situato davanti al casinò, eppure la voragine rischia quasi di diventare l’ultimo dei problemi: i veri disagi sono quelli che si ripercuotono direttamente sugli spettatori e il loro piano di visioni.

In primis c’è la già citata programmazione: un’infinità di film appartenenti alle sezioni collaterali non vengono visti causa orari scomodi o sovrapposizione alle pellicole in concorso. Segue il capitolo sale: ristrutturata quella principale del Palazzo del Cinema, andrebbe fatto un pensierino anche sulle restanti. Alcune offrono un numero di posti insufficiente, altre andrebbero rese più agevoli, altre ancora sono costellate da scomodità varie. Infine vanno segnalati i problemi tecnici in continuo aumento che infestano le varie proiezioni, spesso costringendo a bloccare e far ripartire la pellicola.

Oltre alle sopracitate questioni storiche, l’edizione numero 68 si è caratterizzata per una novità di pessimo gusto: la gerarchia tra accrediti stampa. Fino all’anno scorso i giornalisti – benchè muniti di pass differente a seconda della testata di provenienza – costituivano un unico agglomerato indistinto: chi prima arrivava prima entrava in sala, com’è logico. Quest’anno è scattata la suddivisione in ranghi e relative precedenze: largo agli accreditati daily dei quotidiani, liberi di arrivare all’ultimo momento e trovare porte spalancate solo per loro; a seguire i periodicals dal tesserino blu e infine i semplici media press, che costituiscono la maggioranza degli accrediti stampa e sono prevalentemente composti da giovani blogger, appassionati e inviati del web. In parole povere, cos’è successo? Alle anteprime stampa la sala si riempiva quasi completamente di quotidianisti, i pochi posti restanti venivano occupati dai primi “tesserini blu” in fila e tutti gli altri – fra cui la totalità dei media pressrimanevano regolarmente fuori, costretti a stravolgere i propri piani e a recuperare (quand’era possibile) i film nei giorni seguenti, a scapito di quelli proiettati in contemporanea (sezioni collaterali, eventi speciali, ecc).

Una condizione di iniquità dovuta alle pressioni di alcuni signorotti della stampa più altolocata, evidentemente stanchi di essere posti sullo stesso piano degli altri accreditati e intenti a semplificare ulteriormente la propria vita festivaliera. Niente coda mattiniera, mezzora di sonno in più e porte aperte un minuto prima della proiezione, mentre i comuni mortali stanno a guardare e rimangono fuori dopo aver atteso a lungo invano.

Il Palabiennale

Davvero un peccato che l’organizzazione abbia deciso di cedere alle richieste di pochi, discriminando così la stragrande maggioranza degli accreditati stampa presenti al Lido. Peccato perchè in casi del genere bisogna ribadire un’ovvietà che dovrebbe essere ben radicata nella mente degli organizzatori: un Festival vero e proprio può dirsi degno di questo nome in virtù della gente che freme per esserci e si fa carico di sacrifici di ogni genere per sopravvivere al Lido undici giorni, tra costi proibitivi e difficoltà varie. Riservare a queste persone una porta chiusa dopo lunghe attese in coda, mentre dall’altro ingresso entrano in tutta comodità inviati spesati e comodamente sistemati in albergo, è uno schiaffo alla parte giovane che anima la Mostra. Si spera che il prossimo settembre la questione torni ad essere governata dalle regole di equità vigenti fino all’anno scorso. I passi indietro non sono esattamente consuetudine dell’organizzazione, ma sperare non costa nulla.

Ad acque calmate, l’attenzione torna a spostarsi sull’incognita che già da un anno anima con toni crescenti i restroscena della Mostra: chi sarà il prossimo direttore artistico? Marco Müller ha ribadito più volte che lascerà l’incarico, ma in attesa di comunicati ufficiali si continua inevitabilmente a sperare. L’uomo che ha riportato alla seconda piazza mondiale il Festival veneziano è ancora il miglior candidato possibile.

Mathias Falcone

 

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