Festival di Cannes: la volta di Lars Von Trier

Lars Von Trier

CANNES - Sembra quasi voler dare una sorta di continuità al suo lavoro, Lars Von Trier. Proprio lui che della continuità ha sempre fatto un marchio di fabbrica pronto ad essere immediatamente distrutto sotto il segno demoniaco della volontaria e premeditata contraddizione. E proprio lui che con quel manifesto Dogma respingeva ogni pur minimo tentativo di manipolazione della pellicola e delle sue naturali caratteristiche di assimilazione foto-chimica, ora, accetta di inserire, in un suo lavoro, notevoli effetti speciali (già molti ne aveva usati, in ambito di ritocco fotografico, nel lavoro precedente). Una sorta di continuità, quindi si legge tra i fotogrammi di questo nuovo Melancholia, approdato al Festival di Cannes e circondato sia da applausi che da costruttivi, seppur lievi, dissensi. Un bel passo in avanti se si considerano i soli fischi di ventiquattro mesi fa.

Una continuità intesa, sia chiaro, esclusivamente a confronto con il suo predecessore, quel crudo, insostenibile, misogino, provocatorio ma metaforicamente valido Antichrist. Come un biennio fa, dunque, riappaiono a stuprare lo schermo abusi sessuali, neuropatie, isterismi femminili e catastrofi umane, colorate, però, in senso assolutamente concettuale, di quell’esistenzialismo mai tralasciato e, qui, teso fino alle estreme conseguenze dal controverso regista danese.

È della fine del mondo che si parla, stavolta. E non è affatto un concetto depositato lì a lasciare il tempo che trova. È un valido quanto atroce pilastro portante per l’evolversi filmico di rapporti umani, gerarchie interpersonali e pulsioni primordiali.

Sembra quasi di avere a che fare con reminescenze cancerogene del Wenders di Until the end of the world, almeno per alcune atmosfere più che oniricamente suggestive e parte dei concetti espressi. Ma Von Trier è Von Trier. Quindi, bando al sensibilismo monacense e ai deliri di onnipotenza filosofica: largo alla carnosità degli istinti viscerali.

Stavolta, però, sembra che il buon Lars abbia azzeccato alcuni esperimenti, se non proprio fatto centro. Basta considerare il disprezzo che stesso Cannes gli riserva ormai da anni, improvvisamente mutato in quasi apprezzamento artistico alquanto inedito, per non dire sorprendente.

Dopo Terrence Malick, dunque, è ancora l’idea di fine del mondo a contraddistinguere lo stato d’animo dell’edizione 2011 del festival transalpino, idea che si traduce, tornando a Von Trier, nella buona accoglienza di un film molto forte, diretto pur nella sua metafora (dis)umana dell’Apocalisse dei sentimenti umani, delle rassegnazioni di chi non può far altro che accettare l’inevitabile volgere al termine di se stesso e dei propri cari, dell’irrimediabile sospetto di essere davvero soli nell’universo.

 

Locandina del film "Melancholia"

Nessun accenno agli insulsi “disaster movie” hollywoodiani, insomma. Solo contenuto. E che contenuto. Che Von Trier sia stato finalmente capito? Sarebbe un pregio per lui, da molti giudicato come “porta rogne” malefico. Di certo non sarebbe gloria per un intero insieme di giurati ed organizzatori, da tempo in astio col diretto interessato per scelte mai digerite eppure (da sempre!) detentrici di uno scettro argomentativo con pochi simili nell’attuale panorama produttivo globale.

Melancholia è la storia del rapporto tra due sorelle, Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg). Justine è molto depressa ed infelice e, per sfuggire alla totale assenza di stimoli di cui è impregnata la sua vita, tenta la strada del matrimonio, soluzione che si rivelerà tutt’altro che positiva: la donna fugge via con addosso ancora il vestito da sposa, si denuda, compie i suoi bisogni tra gli alberi, stupra uno sconosciuto dopo essersi negata a suo marito. Su tutti, però, impera il terrore di Melancholia, un pianeta dieci volte più grande della Terra, è in rotta di collisione con il globo terracqueo. Justine, estrema pessimista, trova naturale che tutto sia destinato a scomparire, mentre Claire, vitale e positiva, piange e si dispera. Ma sarà proprio Justine a tranquillizzare la sorella: “siamo soli, non c’è nessun altro”, quindi è inutile disperarsi per un nulla generato dal nulla. Sotto l’imminente devastazione dell’Apocalisse alle porte, dunque, Justine e Claire sono il fulcro di una narrazione incentrata sull’essere umano in sé, sulle relative speranze e disillusioni, sugli interminabili impulsi di desideri ed ambizioni prontamente stroncati da un senso di solitudine globale ed inestinguibile.

Stefano Gallone

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews